 |
Un po’ di
pace basta a rivelare / dentro il cuore l’angoscia, / limpida,
come il fondo del mare / in un giorno di sole. Ne riconosci, /
senza provarlo, il male / lì, nel tuo letto, petto, coscie
/ e piedi abbandonati, quale / un crocifisso – o quale Noè
/ ubriaco, che sogna, ingenuamente ignaro / dell’allegria
dei figli, che / su lui, i forti, i puri, si divertono…
/ il giorno è ormai su di te, / nella stanza come un leone
dormente. / Per quali strade il cuore / si trova pieno, perfetto
anche in questa / mescolanza di beatitudine e dolore?
I versi di Pasolini sopra riportati sono tratti da “Le ceneri
di Gramsci”, raccolta di poesie edita per la prima volta
nel 1957. Scrittore e intellettuale che sapeva mirare al cuore
delle cose, Pier Paolo Pasolini rende in forma lirica il disagio
di un uomo che nutre un’idea della vita che fatica a conciliarsi
con le dinamiche di un presente che non può rifiutare.
Conoscendo Pasolini, sapendo di che pasta era fatto il suo modo
di guardare il mondo e di fare i conti con questo, nessun presente
sarebbe mai stato ripudiato da lui. Pasolini non ripudiava. Mai.
Accadeva semmai il contrario.
Forse di Pasolini poteva intimorire quel suo modo veracemente
autentico di essere poeta del mondo, quell’onestà
intellettuale che nella cultura e nella politica continuano ad
essere un esempio raro. Figura ingombrante, massiccia, poderosa
come poche altre nella storia più recente della nostra
storia culturale. Dopo la sua morte, c’è una sola
colpa di cui ci si può macchiare: continuare ad ignorarlo,
rinunciare a conoscerlo, fingere di non sentire la curiosità
(il bisogno) di leggerlo. E non leggerlo è un vero peccato,
perché in Pasolini vive la sintesi di un mondo incompiuto,
doloroso, lacerato, ma redimibile e gioioso da vivere, come sa
chi sente il giorno su di sé, “nella stanza come
un leone dormente”. Un mix di beatitudine e dolore, di cui
la vita (quella vera, che nulla a nessuno risparmia) è
un distillato sopraffino.
|