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«Ero Iggy
pop, l’ignis fatuus, o il ‘fuoco fatuo’, appeso
a Iggdrassil, l’albero della vita dei vichinghi. Ero John
“Ozzy” Osbourne dei Black Sabbath, un dio Woden paranoico
sul limitare del villaggio addormentato. Ero Julian “Igiugurjuk”
Cope trafitto sul pilastro di Irminsul, uno sciamano terribile
con la morte e il male nel cuore. Un tranquillo ragazzo di campagna
si libera della sua vita e s’incammina per le montagne.
Burns Buddy Burn. Disco Inferno decadenza». È uno
dei passaggi svolta della duplice autobiografia di Julian Cope
data alle stampe da Lain e Fazi, due piccole etichette dell’editoria
di qualità che sa come fare i conti con il mercato. «Head-on»
e «Repossessed» raccontano vita, miracoli mancati
e sciamaniche peripezie di Julian Cope, il fondatore dei Teardrop
Explodes, band inglese che ha lasciato un segno profondo sulla
scena della cultura musicale post-punk a cavallo degli anni ’70
e i primi del decennio seguente. Periodo di tempo in cui Cope,
musicista con un talento da provetto scrittore, concentra il suo
racconto autobiografico, concepito come un bilancio dell’esistenza
regressa e una possibile piattaforma per quella che, in parte
già calata nel presente, è tutta proiettata verso
un futuro di cui ancora non si intravede la faccia. Discorso che
vale anche per uno come Cope, misticamente convinto che il destino
tenga sempre i fili del nostro procedere nel mondo e che ad ognuno
sia toccata in sorte una specie di missione da compiere. Se poi
così non fosse, la vita, già difficile da vivere,
sarebbe, come direbbe Cope, vera roba da sfigati.
Le due biografie, che nell’edizione italiana costituiscono
un tutt’uno, attraversano in pieno un tratto della storia
dell’Inghilterra tachteriana, orfana più di Sid Vicious
che delle buone, vittoriane maniere di una volta. Con questa Inghilterra
(più da Paul Weller che da Sid Barret) Cope viene a fare
i conti, anche se quello che presenta ai lettori è la sintesi
piacevolmente romanzata di un’esistenza che è stata
forse ancor più romanzesca di quanto l’autore abbia
voluto far capire. Julian Cope ha scritto le confessioni di una
rockstar che ha sperimentato l’abisso degli eccessi (gli
acidi assunti mai in modiche quantità) andando alla ricerca
di un copyright esistenziale originale. Storia di un maudit che
non gioca a fare il baudeleriano messa nero su bianco con l’inchiostro
di uno scrittore di talento, di uno che, se non avesse sfondato
con la musica, si sarebbe forse fatto strada nel mondo dell’editoria.
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