Julian Cope - Head on + Repossessed - Lain e Fazi Editore
.::Catone Rosso - 20 Dicembre 2005::.

«Ero Iggy pop, l’ignis fatuus, o il ‘fuoco fatuo’, appeso a Iggdrassil, l’albero della vita dei vichinghi. Ero John “Ozzy” Osbourne dei Black Sabbath, un dio Woden paranoico sul limitare del villaggio addormentato. Ero Julian “Igiugurjuk” Cope trafitto sul pilastro di Irminsul, uno sciamano terribile con la morte e il male nel cuore. Un tranquillo ragazzo di campagna si libera della sua vita e s’incammina per le montagne. Burns Buddy Burn. Disco Inferno decadenza». È uno dei passaggi svolta della duplice autobiografia di Julian Cope data alle stampe da Lain e Fazi, due piccole etichette dell’editoria di qualità che sa come fare i conti con il mercato. «Head-on» e «Repossessed» raccontano vita, miracoli mancati e sciamaniche peripezie di Julian Cope, il fondatore dei Teardrop Explodes, band inglese che ha lasciato un segno profondo sulla scena della cultura musicale post-punk a cavallo degli anni ’70 e i primi del decennio seguente. Periodo di tempo in cui Cope, musicista con un talento da provetto scrittore, concentra il suo racconto autobiografico, concepito come un bilancio dell’esistenza regressa e una possibile piattaforma per quella che, in parte già calata nel presente, è tutta proiettata verso un futuro di cui ancora non si intravede la faccia. Discorso che vale anche per uno come Cope, misticamente convinto che il destino tenga sempre i fili del nostro procedere nel mondo e che ad ognuno sia toccata in sorte una specie di missione da compiere. Se poi così non fosse, la vita, già difficile da vivere, sarebbe, come direbbe Cope, vera roba da sfigati.
Le due biografie, che nell’edizione italiana costituiscono un tutt’uno, attraversano in pieno un tratto della storia dell’Inghilterra tachteriana, orfana più di Sid Vicious che delle buone, vittoriane maniere di una volta. Con questa Inghilterra (più da Paul Weller che da Sid Barret) Cope viene a fare i conti, anche se quello che presenta ai lettori è la sintesi piacevolmente romanzata di un’esistenza che è stata forse ancor più romanzesca di quanto l’autore abbia voluto far capire. Julian Cope ha scritto le confessioni di una rockstar che ha sperimentato l’abisso degli eccessi (gli acidi assunti mai in modiche quantità) andando alla ricerca di un copyright esistenziale originale. Storia di un maudit che non gioca a fare il baudeleriano messa nero su bianco con l’inchiostro di uno scrittore di talento, di uno che, se non avesse sfondato con la musica, si sarebbe forse fatto strada nel mondo dell’editoria.