Dall’altra parte del campo di battaglia. I Celti contro il cane Cesare
.::Emanuele Andrea Casu - 20 Dicembre 2005::.

Kaisar attende nel suo accampamento il momento propizio per attaccare ed espugnare Awreik, capitale del popolo Kelt dei Bitwureik, mentre le provviste scarseggiano e si profila l’insuccesso per i romani. I fuochi dei Kelt inizia così, fra nomi insoliti e difficili da pronunciare, che accompagneranno il lettore nella fase finale della guerra portata da Roma in Gallia.
Le battaglie, a noi note attraverso il De bello Gallico scritto dal capo della spedizione Cesare, vengono riproposte da un punto di vista decisamente diverso e lontano, quello di uno schiavo e auriga gallico. Insieme alla posizione nel campo di battaglia, mutano anche i nomi, che ritornano all’asprezza degli idiomi barbarici. Così Vergingetorige diventa il “werkobret” (condottiero) “Werkinketrix” e Giulio Cesare diviene l’invasore “Kaisar”.
Il diciassettenne Hockam (Falco), protagonista del romanzo, sogna di diventare un cavaliere esstahrt, ma nel frattempo si accontenta di fare da auriga a Werkasswellauns, importante principe arwen. Grazie alla vicinanza a questi, egli potrà conoscere e partecipare a tutti i retroscena della guerra. E noi, insieme al lui, grazie allo studioso Giovanni D’Alessandro, potremo osservare minuziosamente il panorama bellico del 52 a. C..
Un libro da non perdere per chi vuole addentrarsi nella storia antica in un modo originale e piacevole.

Giovanni D’Alessandro, I fuochi dei Kelt, Milano, Mondatori 2004, pp.276, € 17,50