E fu mattina (Sayed Kashua)
.::Maria Laura Corda - 22 Settembre 2006::.

Copertina di E fu mattina

Le tarde origini di quella che oggi si è soliti chiamare "questione palestinese" risalgono al 1898, quando Theodor Hertzel fondò, a Ginevra, il movimento sionistico. Esso inizialmente mirava ad istituire uno Stato ebreo in territorio palestinese per poi muoversi in difesa degli stessi cittadini. Già tra la prima e la seconda guerra mondiale un numero ancora ristretto e facilmente controllabile di Ebrei migrò alla volta della Terra Promessa. Poco tempo dopo l’ONU divise in due parti la Palestina e ne assegnò una metà agli Ebrei, vittime dell’olocausto. Nacque così, nel 1948, lo Stato d’Israele. Questo si ritrovò tuttavia a convivere all'interno di una regione che ne accolse con ostilità la fondazione. Giorno dopo giorno, i rapporti tra Israeliani e Palestinesi parvero complicarsi e cominciarono a verificarsi scontri tra le due parti, scontri che, malgrado ripetuti tentativi di conciliazione, non hanno tuttora raggiunto una condizione di pace ed equilibrio.
Sayed Kashua, che ha già all’attivo un altro romanzo edito da Guanda (Arabi danzanti), ha messo a disposizione dei lettori 218 pagine strettamente legate alla storia del medio Oriente, anche se principalmente focalizzate sulla vita di un individuo. Il protagonista del romanzo è un giornalista arabo di successo che ha abbandonato il proprio paese d’origine insieme alla moglie e lavora presso un’importante redazione. Poco tempo dopo, con la nascita della figlia, sente di doversi preoccupare ancora di più delle persone care e si convince che il luogo in cui si è trasferito non è il più adatto ad ospitare la sua famiglia: prende così la decisione di tornare a vivere nella città in cui è cresciuto, la città che conosce realmente, o crede di conoscere. Purtroppo però, proprio come aveva previsto sua moglie, si accorge di essere andato a finire in un luogo che non gli appartiene più, alieno alle sue aspettative e speranze. Anche il lavoro comincia a creare dei problemi e la vita in famiglia risulta alquanto fredda e disinteressata.
Un giorno, tuttavia, il giovane giornalista si mette in macchina per raggiungere la redazione, ma si rende conto che l’uscita del aese (che ne costituisce anche l’entrata) risulta bloccata: uomini e carri armati impediscono il passaggio. Che fare? La città è sotto assedio? O il governo sta semplicemente preoccupandosi di difenderla? Col passare delle ore, e poi dei giorni, ci si rende conto che il blocco non è solo un qualcosa di simbolico: vi è il silenzio stampa, nessuna televisione ne parla, le linee telefoniche sono mute, non vi è più corrente e non è consentito il passaggio di viveri e bevande. Insomma, il paese è isolato dal resto del mondo. Chissà se anche altri paesi arabi sono nella stessa condizione? Chissà cosa sta organizzando il governo per porre fine a questa assurda situazione?
Sono principalmente queste le ansie che assalgono il giornalista, padre e figlio allo stesso tempo, un marito che non sa come spiegare alla moglie la situazione di stallo della sua carriera, un uomo che pensa di poter riguadagnare il posto di lavoro grazie ad un articolo che racconta tutta la vicenda dall’interno, sempre che riesca a mettersi in contatto con la redazione. Kashua presenta la vicenda con sufficiente chiarezza, alleggerendo la narrazione con brevi ma diffusi excursus sul passato del protagonista.
Il romanzo appare ben articolato, ma privo di un forte “attacco iniziale”, che costringe il lettore a superare la prima parte per lasciarsi finalmente catturare dal fluente corso delle parole.