Intervista a Pino Cacucci
.::Anthony Masserey, Kaitlyn Maring, Davide Cusseddu, Giulia Minutti, Mario Franchi - 26 Novembre 2004 ::.

Pino Cacucci vive tra Messico e Italia. Autore di numerosi libri ambientati in Messico e di altrettante traduzioni, e grande appassionato della cultura latino-americana, è stato il protagonista di un incontro organizzato dalla libreria Max 88 a Tempio Pausania lo scorso 11 ottobre. Noi di Contromano non potevamo assolutamente farci sfuggire l’occasione di scambiarci almeno quattro parole.
E così, abbiamo incontrato un gentilissimo Pino Cacucci che si è sottoposto senza alcun problema a tutte le nostre domande. Tanti e vari i temi toccati, anche se, alla fine, il principale è stato il Messico con i suoi Indios. Le sue risposte sono state tutte soddisfacenti, e l’intervista (il cui esito finale non è mai sicuro) si è rivelata molto interessante.

ControMano: Quanto può una storia come quella narrata nel libro “San Isidro Fùtbol” avvicinarsi alla realtà sudamericana?

Cacucci: Credo che San Isidro Fùtbol sia un libro particolare per le cose che ho scritto. Era una sorta di gioco con me stesso in cui mi immedesimavo nel ruolo di uno scrittore latinoamericano. È una storia apparentemente di fantasia, ma ho tratto spunto da un fatto reale: in Messico, nella sierra di Puerto Escondido, precipitò un aereo carico di cocaina; i contadini del luogo nella loro ingenuità crederono fosse un fertilizzante. Questo è il fatto realmente accaduto. Dopo ho fantasticato su ciò che poteva succedere. I personaggi apparentemente ingenui si salvano grazie alla loro purezza d’animo. Questa storia è stata rielaborata in seguito da un farmacista del paese con i particolari aggiunti nel mio racconto. E credo che in tutto ciò ci sia un po’ di Messico.

CM: Guardando le magliette e i gadget sul subcomandante Marcos, non crede che questo buisness possa tradire o rovinare la rivoluzione zapatista?

Il problema si ripropone sempre in maniera uguale. Se pensiamo al mito di Che Guevara ci accorgiamo di come noi occidentali tendiamo a spettacolarizzare tutto basandoci principalmente sull’immagine. Gli indios con le loro ribellioni combattono contro il sistema di globalizzazione, contro la nostra rivoluzione che non solo opprime gli individui, ma minaccia di distruggere il pianeta. È anche così che Marcos, utilizzando il linguaggio pacifista come linguaggio rivoluzionario basato sul tipo di scrittura degli indios, è diventato un mito da maglietta. Io ho tradotto i diari di Che Guevara e di Alberto Granata, il quale non perdeva occasione di parlare del Che come essere umano che non deve essere considerato irraggiungibile. Se consideriamo però il simbolo sulle magliette come manifestazione di un ideale, non è solo moda.

CM: Ha accennato a Che Guevara, cosa ha provato nel tradurre i suoi diari?

È stata una grande emozione. Ormai dedico più tempo alle traduzioni che non alle mie produzioni. Traducendo si ha la sensazione di entrare in intimità con l’autore. Con questo pretesto ho coltivato grandi amicizie. Col Che ho scoperto non solo il rivoluzionario, ma un ventenne sensibile alle ingiustizie.

CM: Non crede che la situazione di Cuba possa tradire i valori iniziali che hanno ispirato la maggior parte dei contadini cubani a fare la rivoluzione? Se poi il Che fosse ancora vivo, le cose sarebbero andate diversamente?

Tutti si pongono la stessa domanda, ma il Che con la sua vita e le sue scelte ha dimostrato quale sarebbe stata la risposta. Quando se ne andò da Cuba, non lo fece per contrasti con Fidel Castro. Il Che non era uno statista, ma sentiva la necessità di ribellarsi alle ingiustizie. Il suo sogno era liberare l’America Latina, ma non gli sarebbe bastata una vita per farlo. Purtroppo Cuba è rimasta stritolata nelle braccia dell’URSS durante la Guerra Fredda. Non può essere giudicata un paradiso, perché solo con i propri ideali e con tutti i governi contro uno Stato difficilmente va avanti. Come dice Eduardo Laguano, “Cuba me duele”.

CM: ControMano ha già pubblicato uno speciale sugli USA. Un esperto come Pino Cacucci cosa scriverebbe in uno speciale sull’America Latina?

Mi ritengo un appassionato più che un esperto a riguardo. Credo che “America” sia il nome di un continente che comprende tutti gli Stati che godono dello stesso diritto di esistere. Un solo Paese non può permettersi l’arroganza di appropriarsi del nome di un intero continente. Il rispetto per gli altri popoli passa anche da questi piccoli dettagli. In questo periodo di decadenza e superficialità i sudamericani dimostrano di essere più legati alla loro realtà. Attraverso la loro arte trasmettono emozioni molto forti e forse è per questo che la letteratura latinoamericana sta tornando di moda. Nel mondo si combattono tante guerre di religione. In Sud America non esiste il razzismo di religione. Gli indios non sono soggetti a forme di razzismo, ma di classismo. Dall’America Latina ci vengono molti esempi che dovremmo mettere in pratica durante i momenti di “impazzimento” della nostra società che sfrutta i motivi religiosi e politici per scopi di conquista.

CM: Siamo tutti piuttosto abili a criticare gli aspetti negativi degli USA. Nonostante tutto riscontra qualcosa di positivo?

In termini personali credo che si tenda sempre a generalizzare sugli USA. Penso che molte critiche rivolte agli statunitensi arrivino dagli statunitensi stessi. Basti pensare a figure come Chomsky e Moore. In qualche modo ci sono degli anticorpi contro i danni che provoca la società americana. C’è comunque una parte sana che mi piace come la letteratura o il cinema. Il problema è che frequentando l’America Latina si può notare l’altra faccia della medaglia. Una critica che si può fare alla popolazione americana è che il tenore di vita pregiudica la salute di tutta la terra. Non vi è nulla di illimitato e per questo bisogna rendersene conto in tempo e autoregolarsi.

CM: Parliamo dell’Italia. Ha nostalgia di quella della sua giovinezza o preferisce la nuova con tutte le sue incoerenze?

Non avverto un meglio prima e non avverto un peggio adesso. Sentivo cose opprimenti allora e ne sento tutt’oggi pur essendo diverse. Il problema è che l’Italia, a differenza della Germania, non ha fatto i conti con alcuni errori commessi in passato che poi riemergono creando ulteriori problemi. La BBC ha fatto un documentario sulle barbarie compiute dagli italiani nella seconda guerra mondiale. I governi invece hanno tenuto nascoste certe cose che il popolo dovrebbe ormai sapere e che in tutto il resto del mondo sono conosciute e trattate apertamente. Il popolo italiano viene trattato come un bambino a cui non dicono certe cose aspettando che diventi grande. Purtroppo però questo bambino non cresce mai. Comunque, qui ho le mie radici. Sono stato in Messico e poi sono tornato, un motivo ci sarà. La terra promessa non esiste; bisogna tentare di migliorare anche combattendo nel luogo nel quale si vive.