ControMano:
Quanto può una storia come quella narrata nel libro “San
Isidro Fùtbol” avvicinarsi alla realtà sudamericana?
Cacucci: Credo che San Isidro Fùtbol sia un libro particolare
per le cose che ho scritto. Era una sorta di gioco con me stesso
in cui mi immedesimavo nel ruolo di uno scrittore latinoamericano.
È una storia apparentemente di fantasia, ma ho tratto
spunto da un fatto reale: in Messico, nella sierra di Puerto
Escondido, precipitò un aereo carico di cocaina; i contadini
del luogo nella loro ingenuità crederono fosse un fertilizzante.
Questo è il fatto realmente accaduto. Dopo ho fantasticato
su ciò che poteva succedere. I personaggi apparentemente
ingenui si salvano grazie alla loro purezza d’animo. Questa
storia è stata rielaborata in seguito da un farmacista
del paese con i particolari aggiunti nel mio racconto. E credo
che in tutto ciò ci sia un po’ di Messico.
CM: Guardando le magliette e
i gadget sul subcomandante Marcos, non crede che questo buisness
possa tradire o rovinare la rivoluzione zapatista?
Il problema si ripropone sempre in maniera uguale. Se pensiamo
al mito di Che Guevara ci accorgiamo di come noi occidentali
tendiamo a spettacolarizzare tutto basandoci principalmente
sull’immagine. Gli indios con le loro ribellioni combattono
contro il sistema di globalizzazione, contro la nostra rivoluzione
che non solo opprime gli individui, ma minaccia di distruggere
il pianeta. È anche così che Marcos, utilizzando
il linguaggio pacifista come linguaggio rivoluzionario basato
sul tipo di scrittura degli indios, è diventato un mito
da maglietta. Io ho tradotto i diari di Che Guevara e di Alberto
Granata, il quale non perdeva occasione di parlare del Che come
essere umano che non deve essere considerato irraggiungibile.
Se consideriamo però il simbolo sulle magliette come
manifestazione di un ideale, non è solo moda.
CM: Ha accennato a Che Guevara,
cosa ha provato nel tradurre i suoi diari?
È stata una grande emozione. Ormai dedico più
tempo alle traduzioni che non alle mie produzioni. Traducendo
si ha la sensazione di entrare in intimità con l’autore.
Con questo pretesto ho coltivato grandi amicizie. Col Che ho
scoperto non solo il rivoluzionario, ma un ventenne sensibile
alle ingiustizie.
CM: Non crede che la situazione
di Cuba possa tradire i valori iniziali che hanno ispirato la
maggior parte dei contadini cubani a fare la rivoluzione? Se
poi il Che fosse ancora vivo, le cose sarebbero andate diversamente?
Tutti si pongono la stessa domanda, ma il Che con la sua vita
e le sue scelte ha dimostrato quale sarebbe stata la risposta.
Quando se ne andò da Cuba, non lo fece per contrasti
con Fidel Castro. Il Che non era uno statista, ma sentiva la
necessità di ribellarsi alle ingiustizie. Il suo sogno
era liberare l’America Latina, ma non gli sarebbe bastata
una vita per farlo. Purtroppo Cuba è rimasta stritolata
nelle braccia dell’URSS durante la Guerra Fredda. Non
può essere giudicata un paradiso, perché solo
con i propri ideali e con tutti i governi contro uno Stato difficilmente
va avanti. Come dice Eduardo Laguano, “Cuba me duele”.
CM: ControMano ha già
pubblicato uno speciale sugli USA. Un esperto come Pino Cacucci
cosa scriverebbe in uno speciale sull’America Latina?
Mi ritengo un appassionato più che un esperto a riguardo.
Credo che “America” sia il nome di un continente
che comprende tutti gli Stati che godono dello stesso diritto
di esistere. Un solo Paese non può permettersi l’arroganza
di appropriarsi del nome di un intero continente. Il rispetto
per gli altri popoli passa anche da questi piccoli dettagli.
In questo periodo di decadenza e superficialità i sudamericani
dimostrano di essere più legati alla loro realtà.
Attraverso la loro arte trasmettono emozioni molto forti e forse
è per questo che la letteratura latinoamericana sta tornando
di moda. Nel mondo si combattono tante guerre di religione.
In Sud America non esiste il razzismo di religione. Gli indios
non sono soggetti a forme di razzismo, ma di classismo. Dall’America
Latina ci vengono molti esempi che dovremmo mettere in pratica
durante i momenti di “impazzimento” della nostra
società che sfrutta i motivi religiosi e politici per
scopi di conquista.
CM: Siamo tutti piuttosto abili
a criticare gli aspetti negativi degli USA. Nonostante tutto
riscontra qualcosa di positivo?
In termini personali credo che si tenda sempre a generalizzare
sugli USA. Penso che molte critiche rivolte agli statunitensi
arrivino dagli statunitensi stessi. Basti pensare a figure come
Chomsky e Moore. In qualche modo ci sono degli anticorpi contro
i danni che provoca la società americana. C’è
comunque una parte sana che mi piace come la letteratura o il
cinema. Il problema è che frequentando l’America
Latina si può notare l’altra faccia della medaglia.
Una critica che si può fare alla popolazione americana
è che il tenore di vita pregiudica la salute di tutta
la terra. Non vi è nulla di illimitato e per questo bisogna
rendersene conto in tempo e autoregolarsi.
CM: Parliamo dell’Italia.
Ha nostalgia di quella della sua giovinezza o preferisce la
nuova con tutte le sue incoerenze?
Non avverto un meglio prima e non avverto un peggio adesso.
Sentivo cose opprimenti allora e ne sento tutt’oggi pur
essendo diverse. Il problema è che l’Italia, a
differenza della Germania, non ha fatto i conti con alcuni errori
commessi in passato che poi riemergono creando ulteriori problemi.
La BBC ha fatto un documentario sulle barbarie compiute dagli
italiani nella seconda guerra mondiale. I governi invece hanno
tenuto nascoste certe cose che il popolo dovrebbe ormai sapere
e che in tutto il resto del mondo sono conosciute e trattate
apertamente. Il popolo italiano viene trattato come un bambino
a cui non dicono certe cose aspettando che diventi grande. Purtroppo
però questo bambino non cresce mai. Comunque, qui ho
le mie radici. Sono stato in Messico e poi sono tornato, un
motivo ci sarà. La terra promessa non esiste; bisogna
tentare di migliorare anche combattendo nel luogo nel quale
si vive.