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Chissà se
la notte del 26 marzo 2005, nello stadio di Gerusalemme, al 91'
della partita tra Israele ed Irlanda il giocatore Suwan Abbas,
schierato nelle file dei padroni di casa ha immaginato di diventare
un eroe nazionale. Chissà se nel momento in cui ha calciato
il pallone che valeva l'uno a uno finale si sentiva più
arabo o più israeliano. La scena sembra tratta da un film:
l'ultima occasione del match, l'ultimo tiro, poi il goal. Una
liberazione, una gioia immensa che si riversa negli spalti dello
stadio e nelle strade della città. Certo, è solo
un pareggio, ma oggi la nazionale israeliana è sempre più
vicina ad una possibile qualificazione per i prossimi Mondiali.
Ma soprattutto quel goal rappresenta una speranza. Un goal che
vale più di mille discorsi fatti da leader politici, quello
di Suwan Abbas, entrato ormai a titolo definitivo nella storia
per essere stato il primo giocatore arabo a salvare la nazionale
di Israele. La sua rete, infatti, incarna la volontà di
far parte di un popolo solo, come affermato dallo stesso Abbas
a fine partita. Tra l'altro non è neanche la prima volta
che in Israele si ripetono scene di questo tipo. Tanto è
vero che proprio Suwan Abbas è da parecchi anni capitano
dello Sakhnin, squadra che annovera nel suo organico giocatori
ebrei, arabi, africani, brasiliani, ungheresi, a dimostrazione
che anche in un Paese con grandi difficoltà di convivenza
razziale si possono superare certe barriere. La storia ci insegna
che lo sport (così come la musica) può servire da
collante tra le etnie superando le discriminazioni più
di quanto non sia in grado di fare la politica. Alcuni esempi?
Un classico è quello del pioniere Jesse Owens, l'atleta
di colore che nel 1936 a Berlino rovinò la "festa
ariana" progettata da Hitler, prova che anche un nero, la
cui situazione non era facile nemmeno negli Stati Uniti, poteva
raggiungere risultati soddisfacenti. Ed ancora. Olimpiadi di Sydney:
questa volta si tratta di un'eroina. È Cathy Freeman, la
campionessa aborigena, a portare in alto l'orgoglio di una popolazione
quasi estinta. E per finire ecco l'abbraccio tra atleti americani
e iracheni durante la cerimonia di apertura dei Giochi di Atene.
Si potrebbe andare avanti nel citare altri episodi. Eppure c'è
sempre qualcosa che stona. La xenofobia a volte sfocia purtroppo
nel tifo. Quante volte, infatti, ci capita di vedere negli stadi
ultras intenti a esibire striscioni razzisti e a intonare veri
e propri inni contro giocatori di colore? L'intolleranza è
un sintomo dal quale non sono esenti nemmeno gli stessi sportivi,
ma sono proprio loro a dover porre la prima pietra per dare inizio
ad un cambiamento. Speriamo, quindi, che l'esempio di Suwan Abbas
e dei tanti che credono nel suo stesso sogno faccia riflettere
tutti e faccia capire che un goal può unire anche se in
mezzo si erge un muro apparentemente insormontabile.
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