Il ritorno di Damiano: intervista a Tommasi
.::Mario Lussorio Fresi - 20 Febbraio 2006::.

Da un po' di tempo a questa parte i mass-media hanno riportato la storia di Damiano Tommasi, calciatore della Roma che ha vestito anche la maglia della nazionale italiana con la quale ha collezionato ben trenta presenze. Il 24 luglio del 2004, durante un amichevole estiva, ha subito un grave infortunio al ginocchio che lo ha allontanato dal campo di gioco per un anno intero. Ritorna a giocare nel 2005, ritrovandosi senza squadra perché il contratto era scaduto. Ma Tommasi, pur di giocare, escogita una soluzione che sorprende tutti: propone un contratto di 1.500 euro al mese, pochissimi se si pensa che i suoi compagni di squadra quei soldi li incassano in una sola settimana di "fatica".
Damiano Tommasi non è, comunque, solo il calciatore che, pur di giocare, accetta il minimo sindacale. Del centrocampista della Roma molti conoscono l' impegno nelle manifestazioni di impatto sociale che ne fanno uno dei più autorevoli testimonial delle più importanti campagne promozionali in favore della solidarietà. È, insomma, quello che senza retorica si potrebbe dire un vero campione fuori e dentro il campo di calcio. Contromano ha avuto l'onore di intervistarlo. Sentite cosa ci ha raccontato...

ControMano. Tommasi, come e quando, è maturata la decisione di ridursi lo stipendio?
Tommasi. Prima premessa: credo che un contratto di lavoro dovrebbe riguardare nello specifico solamente le due parti interessate. Nel caso di un calciatore credo che ai tifosi debba interessare forse la durata del contratto, ma nulla più. Seconda premessa: lo scorso 1° settembre, quando ho trovato l' accordo con la Roma, ero un giocatore senza contratto, per cui non avevo nessuno stipendio da ridurre. Detto questo, visto che è stata una notizia che ha fatto il giro dell' Italia, posso solo dire che venivo da un infortunio serio, non avevo ancora dimostrato di essere a posto e non ho voluto far correre nessun rischio dal punto di vista economico alla società che mi ha messo sotto contratto.

CM. Oggigiorno qual è il problema più grande nel calcio? Il calo di spettatori, il doping, i debiti o le partite truccate?
DT. Innanzitutto, credo che il calcio sia ancora molto seguito, e, soprattutto da molte aziende, è visto come un settore che può aiutare il business. Credo che il grosso problema del calcio, soprattutto per i giovani, sia l' iper-valutazione che si fa di questo sport che è troppo spesso considerato lo Sport, l' unico divertimento serio della domenica, una questione da dibattere per tutta la settimana, un' attività che merita intere edizioni di quotidiani sportivi. Il calcio credo soffra di troppa importanza.

CM. Per quanto riguarda l' uso di sostanze dopanti nello sport, come pensa si possa arginare questo fenomeno?
DT. Il doping è uno stile di vita. Non solo nello sport l' idea di arrivare prima per una scorciatoia, di ottenere un risultato senza contare solo sulle proprie forze, farsi aiutare da qualcosa o da qualcuno. Lo sport dovrebbe insegnare ad arrivare senza inganni, a vincere per meriti, a perdere con dignità, ma non sempre è quello che gli sportivi stessi vogliono. È soprattutto un fatto culturale anche perché, purtroppo, chi studia di trovare le sostanze dopanti più efficaci è sempre un passo avanti a chi effettua i controlli antidoping.

CM. Dopo il bruttissimo infortunio ai legamenti, cosa ha significato per lei tornare a giocare?
DT. È stata, anzi è per me una grossa soddisfazione poter prima di tutto fare ancora sport e poi poter confrontarmi alla pari o quasi con quelli che affrontavo prima. Non è stato semplice, e, proprio per questo, ogni volta che metto le scarpe da calcio anche in allenamento, sorrido al pensiero di esserci riuscito.


CM. Quando ha preso la decisione di impegnarsi nel sociale ? Per quale motivo?
DT. Non si decide da un giorno all' altro di fare qualcosa per gli altri, non si programma un' ora del giorno o un giorno dell' anno per dedicarsi agli altri. Quando una persona si accorge di far parte di una società con tante esigenze e tanti bisogni cerca di comportarsi come componente di tale società con diritti e doveri che non sono una scelta; è la nostra condizione umana che ci porta ad essere per gli altri. Il mio impegno si traduce spesso in appoggio a chi effettivamente lavora per gli altri e si dedica tutto l' anno a certe attività.

CM. Ritiene che, grazie al suo impegno nel sociale, sia aumentata la considerazione degli altri nei suoi confronti?
DT. Il mio lavoro mi ha insegnato che la considerazione della gente conta quando le persone riescono a conoscerti. Stimare una persona senza conoscerla può nascondere qualche spiacevole sorpresa.

CM. Ai ragazzini che vogliono diventarecalciatori di serie A che consiglio darebbe?
DT. Innanzitutto, mi accerterei del perché un ragazzino voglia diventare un calciatore di serie A. Se il motivo è per sposare una velina, avere tanti soldi, diventare famoso o poter permettersi qualsiasi cosa, sarei molto perplesso sul consigliarlo di intraprendere la strada dello sport. Se il ragazzino evidenzia doti sportive di spicco ed ha la passione per questo sport, gli direi di insistere anche nei momenti di difficoltà con l' obbiettivo di dare sempre il 100%. Poi lo informerei, comunque, che su tanti bambini che giocano a calcio sono pochi quelli che riescono a giocare ai massimi livelli e per questo non deve abbattersi per un eventuale risultato negativo. Ognuno ha la sua strada ed i suoi talenti, deve sforzarsi di cercare la prima e di far fruttare al meglio i secondi.

CM. Quando smetterà di giocare, ci auguriamo il più tardi possibile, ha in mente sogni o progetti da realizzare?
DT. Ho un grande compito che è quello di genitore. Sono padre di tre bambine e già da adesso è per me una grossa responsabilità che spero di portare avanti nel miglior modo possibile. Al dopo calcio non ho pensato anche perché è come se avessi appena ricominciato.