Interviste: Stefano Giaccone
.::Mario Franchi, Davide Cusseddu, Anthony Masserey, Andrea Gessa - 26 Novembre 2004::.

A Tempio Pausania per la seconda data sarda del minitour di presentazione del suo ultimo cd, Stefano Giaccone è stato contattato dalla nostra redazione. Ne è venuta fuori un’intervista in cui gli abbiamo chiesto un po’ di tutto. E lui, rispondendo alle nostre domande, ci ha parlato di musica, di ricordi del passato, di centri sociali e di anarchia. Coautore con Mario Congiu di “Una canzone senza finale”, un disco omaggio alla canzone d’autore italiana, Giaccone è un chitarrista che da più di vent’anni è impegnato nella scena musicale italiana: prima con i Franti, gruppo nel quale cantava Lalli, poi nei Kina e altre formazioni. Nel suo curriculum figurano anche alcuni dischi da solista.

ControMano: Come mai un disco tributo alla canzone d’autore? Cosa vi lega a questi artisti italiani?

Stefano Giaccone: Il progetto è nato tre anni fa. L’idea era di fare una lista di canzoni di cui siamo innamorati. I classici pezzi che ti cambiano la vita. Il lavoro maggiore l’ha fatto Mario, che è un arrangiatore ed ha lo studio di registrazione a casa sua. Ha lavorato molto da solo, perché io vivo all’estero, in Galles. È venuto fuori un miscuglio di autori stellari ed altri meno conosciuti dell’area torinese.

CM: Come ti senti ad essere stato parte di gruppi importanti per la musica italiana?

Non saprei. Quando sei lì in mezzo non hai la percezione precisa di quello che succede, sei sempre te stesso. A volte succede che qualcuno si ricordi di te, perché magari ha ricollegato una tua canzone ad un particolare momento della sua vita e questo non può che farti piacere.
Ho iniziato a suonare in un gruppo torinese, i Torino Insieme. Erano un gruppo metà folk politico, metà rock tipo Frank Zappa o Area. Io ero il più piccolo, avevo sedici anni e loro erano molto più grandi di me. Ancora non so perché mi abbiano tenuto con loro, dato che non ero neanche tanto bravo… In due anni abbiamo suonato circa 300 volte, soprattutto alle feste dell’Unità, a quelle di Lotta Continua… Poi ci sono stai i Franti, nei quali ho suonato dall’80 all’86.

CM: Secondo te, quanto e cosa è rimasto del movimento punk degli anni ‘80?

È rimasto moltissimo a livello di idee. Oggi ci sono gruppi che si autoproducono, che sudano, che lavorano bene, ma il periodo attuale è meno compatto di quello del passato. Ci vorrebbe una rivoluzione per tornare ai tempi di allora.
In Gran Bretagna è peggio che in Italia. Lì i ragazzi provano poco e vanno subito a cercare qualcuno di una casa discografica. In Italia non c’è un rapporto tra musicisti e giornalisti. Pochissimi giornalisti, ad esempio, vanno a vedere i concerti dei piccoli gruppi.

CM: Continua ancora la vostra collaborazione con i circoli anarchici ed i centri sociali?

Io vivo all’estero. Non ne so molto. Per quel poco che ne so, i circoli anarchici sono realtà molto piccole e chiuse. I centri sociali, invece, sono diventati, per la maggior parte, come gli altri locali. Con questo però non voglio dire che sia sempre così. Nei centri sociali ci vanno giovani che hanno voglia di ballare. E poi, sinceramente, mi hanno un po’ stufato. Un giorno chiamano i Subsonica e li pagano 10.000 euro perché portano un sacco di gente. Poi ci vado io e con la scusa che sono “un compagno” me ne danno 500, anche se c’è la stessa gente.

CM: Cosa ne pensi dei cosiddetti “anarco-insurrezionalisti”?

Non ne so nulla e non ne voglio sapere molto. Non sono più un militante. Ora scrivo solo su “A”, che è una rivista anarchica. Ma mi occupo solamente di recensioni di dischi.
So che colpendo questi qua che mettono le bombe, si colpiscono tutti, soprattutto chi non centra niente. E credimi, i vecchi anarchici, quelli veri, hanno molto di meglio da fare che mettere bombe.

CM: Allora cosa si può fare nel proprio piccolo per cercare di cambiare un po’ la situazione?

Non saprei. Ognuno ha un tot di fantasia e di amore da dare per cercare di cambiare. Non si deve giocare a fare i Robin Hood. La rivoluzione sociale va avanti comunque. Una cosa importante è la memoria. Bisogna capire che oggi la propaganda è nelle mani di una sola persona.

CM: E di Torino cosa ci dici? Ci parli un po’ della scena musicale? Quali sono, ad esempio, i tuoi gruppi torinesi preferiti?

Ci sono i Perturbazione, dei quali suoniamo anche una canzone, che stanno registrando un nuovo disco. Sono andato circa una settimana fa a trovarli nel loro studio. Siamo molto amici. Poi ci sono i Mirafiori Kids, anche loro molto bravi. E poi… non saprei. Ti posso dire che io e Marco Pandin, anche lui giornalista di “A”, abbiamo scritto un libro, “Nel cuore della bestia”, che per metà parla della nostra storia nel movimento punk, e nell’altra metà ci sono documenti sui gruppi torinesi degli anni ‘80. Ma non so se sia ancora possibile trovarlo da qualche parte.