| ControMano:
Come mai un disco tributo alla canzone d’autore? Cosa vi lega
a questi artisti italiani?
Stefano Giaccone: Il progetto è nato tre anni fa. L’idea
era di fare una lista di canzoni di cui siamo innamorati. I classici
pezzi che ti cambiano la vita. Il lavoro maggiore l’ha fatto
Mario, che è un arrangiatore ed ha lo studio di registrazione
a casa sua. Ha lavorato molto da solo, perché io vivo all’estero,
in Galles. È venuto fuori un miscuglio di autori stellari
ed altri meno conosciuti dell’area torinese.
CM: Come ti senti ad essere stato
parte di gruppi importanti per la musica italiana?
Non saprei. Quando sei lì in mezzo non hai la percezione
precisa di quello che succede, sei sempre te stesso. A volte succede
che qualcuno si ricordi di te, perché magari ha ricollegato
una tua canzone ad un particolare momento della sua vita e questo
non può che farti piacere.
Ho iniziato a suonare in un gruppo torinese, i Torino Insieme.
Erano un gruppo metà folk politico, metà rock tipo
Frank Zappa o Area. Io ero il più piccolo, avevo sedici
anni e loro erano molto più grandi di me. Ancora non so
perché mi abbiano tenuto con loro, dato che non ero neanche
tanto bravo… In due anni abbiamo suonato circa 300 volte,
soprattutto alle feste dell’Unità, a quelle di Lotta
Continua… Poi ci sono stai i Franti, nei quali ho suonato
dall’80 all’86.
CM: Secondo te, quanto e cosa è
rimasto del movimento punk degli anni ‘80?
È rimasto moltissimo a livello di idee. Oggi ci sono gruppi
che si autoproducono, che sudano, che lavorano bene, ma il periodo
attuale è meno compatto di quello del passato. Ci vorrebbe
una rivoluzione per tornare ai tempi di allora.
In Gran Bretagna è peggio che in Italia. Lì i ragazzi
provano poco e vanno subito a cercare qualcuno di una casa discografica.
In Italia non c’è un rapporto tra musicisti e giornalisti.
Pochissimi giornalisti, ad esempio, vanno a vedere i concerti
dei piccoli gruppi.
CM: Continua ancora la vostra collaborazione
con i circoli anarchici ed i centri sociali?
Io vivo all’estero. Non ne so molto. Per quel poco che
ne so, i circoli anarchici sono realtà molto piccole e
chiuse. I centri sociali, invece, sono diventati, per la maggior
parte, come gli altri locali. Con questo però non voglio
dire che sia sempre così. Nei centri sociali ci vanno giovani
che hanno voglia di ballare. E poi, sinceramente, mi hanno un
po’ stufato. Un giorno chiamano i Subsonica e li pagano
10.000 euro perché portano un sacco di gente. Poi ci vado
io e con la scusa che sono “un compagno” me ne danno
500, anche se c’è la stessa gente.
CM: Cosa ne pensi dei cosiddetti “anarco-insurrezionalisti”?
Non ne so nulla e non ne voglio sapere molto. Non sono più
un militante. Ora scrivo solo su “A”, che è
una rivista anarchica. Ma mi occupo solamente di recensioni di
dischi.
So che colpendo questi qua che mettono le bombe, si colpiscono
tutti, soprattutto chi non centra niente. E credimi, i vecchi
anarchici, quelli veri, hanno molto di meglio da fare che mettere
bombe.
CM: Allora cosa si può fare
nel proprio piccolo per cercare di cambiare un po’ la situazione?
Non saprei. Ognuno ha un tot di fantasia e di amore da dare per
cercare di cambiare. Non si deve giocare a fare i Robin Hood.
La rivoluzione sociale va avanti comunque. Una cosa importante
è la memoria. Bisogna capire che oggi la propaganda è
nelle mani di una sola persona.
CM: E di Torino cosa ci dici? Ci parli
un po’ della scena musicale? Quali sono, ad esempio, i tuoi
gruppi torinesi preferiti?
Ci sono i Perturbazione, dei quali suoniamo anche una canzone,
che stanno registrando un nuovo disco. Sono andato circa una settimana
fa a trovarli nel loro studio. Siamo molto amici. Poi ci sono
i Mirafiori Kids, anche loro molto bravi. E poi… non saprei.
Ti posso dire che io e Marco Pandin, anche lui giornalista di
“A”, abbiamo scritto un libro, “Nel cuore della
bestia”, che per metà parla della nostra storia nel
movimento punk, e nell’altra metà ci sono documenti
sui gruppi torinesi degli anni ‘80. Ma non so se sia ancora
possibile trovarlo da qualche parte. |