Kyoto Now!!!
.::Mario Franchi - 11 Marzo 2005::.

-Kyoto Now!- Affermava solamente qualche anno fa la nota punk rock band californiana dei Bad Religion. Un Now che sembra decisamente arrivare con un leggero ritardo, se consideriamo la stipulazione del trattato del 10 dicembre 1997. Firma alla quale aderirono inizialmente 180 paesi, tra i quali gli stessi Stati Uniti d’America, ritiratisi per merito dell’amministrazione Bush dal trattato nel 2001, insieme all’Australia, sostenendo appunto come il trattato danneggiasse gravemente le rispettive economie. L’accordo è stato ratificato il 17 febbraio 2005 con il supporto di 141 nazioni (di cui 34 paesi industrializzati). A rendere possibile tale ratifica il superamento della soglia minima prevista di 55 paesi firmtari, rappresentanti nella loro complessità il 55% del totale delle emissioni mondiali dei gas «serra», raggiunto solo con la sottoscrizione del parlamento di Mosca al trattato nel novembre scorso. Il Protocollo si impegna nel progetto di riduzione delle emissioni di tali gas almeno del 5,2% complessivo rispetto ai livelli registrati nel 1990, in un arco di tempo compreso tra il 2008 e il 2012; 5,2% ripartito comunque in modalità differenti a seconda di stati e regioni (all’UE l’8%) in base ai locali indici di emissione. Di questo 8% europeo spetta allo stato italiano una riduzione del 6,5%. Italia che si presenta con un imbarazzante, se non vergognoso, aumento delle emissioni del 12% dal 1990, al contrario di nazioni come Germania e Francia, nelle quali la riduzione delle emissioni oscilla rispettivamente su valori del 19% e del 14%; entrambe artefici di una politica all’insegna del risparmio e della ricerca (anche se piuttosto minima) di fonti di energia meno inquinanti. Teoricamente piuttosto severe le sanzioni disciplinari per le nazioni che, pur aderendo, non manterranno fedeltà al protocollo in quanto modalità di controllo ed organizzazione centralizzati veri e propri non hanno ancora avuto loro istituzione. Chiaramente contraria alla proclamazione la lobby petrolifera, autrice di una feroce resistenza nei confronti del trattato stesso e nel contempo principale finanziatrice di una ricerca scientifica volta a dimostrare l’infondatezza del fenomeno “effetto serra”. Ciò nonostante la comunità scientifica internazionale ed in modo particolare i membri dell’ dell'Intergovernmental Panel on Climate Change delle Nazioni Unite concordano sul reale dato di fatto del cambiamento delle condizioni climatiche generali del globo, dimostrato dal ritiro dei ghiacciai, dall'assottigliamento delle calotte polari, dalla diminuzione delle nevi perenni, dall'aumento delle precipitazioni e dall'insolito incremento delle manifestazioni meteorologiche più devastanti e del processo di desertificazione in aumento. In aggiunta un rapporto pubblicato in novembre dal Consiglio dell’Artico che afferma come nei prossimi cento anni il cambiamento del clima sia propenso ad un’accelerazione che contribuirà a dare vita a drastici cambiamenti fisici, ecologici, sociali ed economici del mondo, molti dei quali sono già iniziati. Minimo comune denominatore di tale situazione: le emissioni di gas serra.
Suo malgrado il trattato comunque non rappresenta una vera e propria soluzione al problema del surriscaldamento del pianeta: una riduzione delle emissioni del 5,2% infatti non costituisce che un minimo ostacolo all’avanzamento progressivo del fenomeno “effetto serra”. Sarebbe necessaria infatti a parere di alcuni (tra cui la stessa ministro dell’ambiente inglese presente al Consiglio dell’Artico, Margareth Beckett) una drastica riduzione delle emissioni dell’80% circa, affinché l’aumento della temperatura media sia compreso tra l’1 e i 2 gradi kelvin (una temperatura di 0° Kelvin è uguale nella scala centigrada o Celsius a -273,15°).
Visto comunque nella sua reale oggettività politica il protocollo è e deve essere chiaramente rappresentativo di un importante passo avanti nell’organizzazione mondiale per la tutela del clima.