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-Kyoto Now!- Affermava solamente qualche
anno fa la nota punk rock band californiana dei Bad Religion. Un
Now che sembra decisamente arrivare con un leggero ritardo, se consideriamo
la stipulazione del trattato del 10 dicembre 1997. Firma alla quale
aderirono inizialmente 180 paesi, tra i quali gli stessi Stati Uniti
d’America, ritiratisi per merito dell’amministrazione
Bush dal trattato nel 2001, insieme all’Australia, sostenendo
appunto come il trattato danneggiasse gravemente le rispettive economie.
L’accordo è stato ratificato il 17 febbraio 2005 con
il supporto di 141 nazioni (di cui 34 paesi industrializzati). A
rendere possibile tale ratifica il superamento della soglia minima
prevista di 55 paesi firmtari, rappresentanti nella loro complessità
il 55% del totale delle emissioni mondiali dei gas «serra»,
raggiunto solo con la sottoscrizione del parlamento di Mosca al
trattato nel novembre scorso. Il Protocollo si impegna nel progetto
di riduzione delle emissioni di tali gas almeno del 5,2% complessivo
rispetto ai livelli registrati nel 1990, in un arco di tempo compreso
tra il 2008 e il 2012; 5,2% ripartito comunque in modalità
differenti a seconda di stati e regioni (all’UE l’8%)
in base ai locali indici di emissione. Di questo 8% europeo spetta
allo stato italiano una riduzione del 6,5%. Italia che si presenta
con un imbarazzante, se non vergognoso, aumento delle emissioni
del 12% dal 1990, al contrario di nazioni come Germania e Francia,
nelle quali la riduzione delle emissioni oscilla rispettivamente
su valori del 19% e del 14%; entrambe artefici di una politica all’insegna
del risparmio e della ricerca (anche se piuttosto minima) di fonti
di energia meno inquinanti. Teoricamente piuttosto severe le sanzioni
disciplinari per le nazioni che, pur aderendo, non manterranno fedeltà
al protocollo in quanto modalità di controllo ed organizzazione
centralizzati veri e propri non hanno ancora avuto loro istituzione.
Chiaramente contraria alla proclamazione la lobby petrolifera, autrice
di una feroce resistenza nei confronti del trattato stesso e nel
contempo principale finanziatrice di una ricerca scientifica volta
a dimostrare l’infondatezza del fenomeno “effetto serra”.
Ciò nonostante la comunità scientifica internazionale
ed in modo particolare i membri dell’ dell'Intergovernmental
Panel on Climate Change delle Nazioni Unite concordano sul reale
dato di fatto del cambiamento delle condizioni climatiche generali
del globo, dimostrato dal ritiro dei ghiacciai, dall'assottigliamento
delle calotte polari, dalla diminuzione delle nevi perenni, dall'aumento
delle precipitazioni e dall'insolito incremento delle manifestazioni
meteorologiche più devastanti e del processo di desertificazione
in aumento. In aggiunta un rapporto pubblicato in novembre dal Consiglio
dell’Artico che afferma come nei prossimi cento anni il cambiamento
del clima sia propenso ad un’accelerazione che contribuirà
a dare vita a drastici cambiamenti fisici, ecologici, sociali ed
economici del mondo, molti dei quali sono già iniziati. Minimo
comune denominatore di tale situazione: le emissioni di gas serra.
Suo malgrado il trattato comunque non rappresenta una vera e propria
soluzione al problema del surriscaldamento del pianeta: una riduzione
delle emissioni del 5,2% infatti non costituisce che un minimo ostacolo
all’avanzamento progressivo del fenomeno “effetto serra”.
Sarebbe necessaria infatti a parere di alcuni (tra cui la stessa
ministro dell’ambiente inglese presente al Consiglio dell’Artico,
Margareth Beckett) una drastica riduzione delle emissioni dell’80%
circa, affinché l’aumento della temperatura media sia
compreso tra l’1 e i 2 gradi kelvin (una temperatura di 0°
Kelvin è uguale nella scala centigrada o Celsius a -273,15°).
Visto comunque nella sua reale oggettività politica il protocollo
è e deve essere chiaramente rappresentativo di un importante
passo avanti nell’organizzazione mondiale per la tutela del
clima. |