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Venerdì 16 aprile 2004 nell’istituto
Classico G.M. Dettori a Tempio Pausania si è tenuto l’incontro
con l’autore del “La quattordicesima commensale”:
Gianni Marilotti. Lo scrittore vive a Cagliari ed è professore
di Storia e Filosofia nei licei. “La quattordicesima commensale”
è il suo primo romanzo, con il quale ha vinto il premio
“Italo Calvino” 2003. Oltre ad essere scrittore
e professore dal 1990 è presidente dell’Associazione
Culturale Mediterranea dove si occupa di storia del Mediterraneo
e di cooperazione allo sviluppo. Prendendo spunto dai personaggi
del romanzo l’argomento del dibattito si è andato
via via spostando verso tematiche riguardanti terrorismo e politica.
Ecco un estratto della discussione:
1. Perché ha scelto di
dare una connotazione sarda ad una vicenda di respiro nazionale?
Il romanzo nasce dall’amore per la mia terra. Penso che
in quest’isola ci siano molte energie che devono ancora
emergere. Mi è sembrato interessante presentarle in un
romanzo.
2. Si può definire atipica
la sardità di Franca Bellisai?
È vero che inizialmente va a Torino con l’intenzione
di rifiutare le sue origini. Cerca addirittura di eliminare
ogni elemento della sua sardità. Ciò era frequente
tra i giovani della generazione post-sessantottina che mal sopportava
la mentalità chiusa. Ma alla fine la protagonista riacquista
la volontà di tornare nella sua terra. Non ritengo così
atipica la sardità di Franca Bellisai.
3. Perché la protagonista
ha tanta tenacia nel nascondere il suo passato?
Ha imparato a non dare informazioni durante il periodo della
lotta armata. Questo ha creato in lei un comportamento istintivo
di chiusura e di difesa, anche dopo che il periodo delle Brigate
Rosse era finito. Nonostante ciò Franca non è
mai stata coinvolta pienamente nella lotta armata ma èsempre
stata una fiancheggiatrice.
4. Si può intendere il
volontariato come una redenzione dalla politica e dalla lotta
armata?
Col tempo Franca perderà la fiducia nella lotta armata
perché, nonostante ci creda ancora, non ritrova spessore
morale nelle persone che secondo lei avrebbero potuto portarle
avanti. Il suo cambiamento è dovuto alla permanenza a
Parigi. Nella società multietnica scopre un maggiore
impegno sociale e una tolleranza culturale che ancora non aveva
trovato in Italia. Franca rimane comunque una rivoluzionaria
perché nel suo atteggiamento persistono la voglia di
un cambiamento e gli ideali rivoluzionari.
5. La rivoluzione ha, dunque,
necessariamente bisogno di accompagnarsi ai fiumi di sangue?
Rivoluzione non significa uccidere. Significa cambiare. Io reputo
Gesù Cristo, per esempio, il più grande rivoluzionario.
Un altro esempio può essere Ghandi. Essi sono dei rivoluzionari
che hanno scelto metodi civili e non violenti per ottenere dei
cambiamenti.
6. Lei, per terrorismo,cosa intende?
I terroristi coinvolgono tutta la popolazione. I primi brigatisti
avevano obiettivi mirati, per questo non li considero terroristi.
7. Il vegetarianesimo può
essere inteso come una rivoluzione nel modo di pensare?
Si, può essere intesa come rivoluzione se pensiamo a
quello che diceva Feurbach: “L’uomo è ciò
che mangia”. Mi spiego: il fatto di mangiare carne incide
sull’aggressività. Però vedo il vegetarianesimo
come un’utopia. Anche perché non si può
costringere la persona a mangiare erba. Ma lasciatemi spiegare
il mio concetto di utopia. Io la vedo più come un orrizionte
che si allontana sempre di più man mano che ci si avvicina.
Per cui è necessario un continuo andare avanti. Secondo
Ernest Bloch il socialismo, per esempio, è finito quando
qualcuno ha detto: questo è il socialismo. Questa affermazione
ha distrutto i sogni di chi credeva in un migliormanto e l’illusione
è diventata una delusione.
Terrorismo, nuovi scenari della politica internazionale, Sardegna:
siamo certi che se l’intervista fosse andata avanti, lo
scrittore cagliaritano, quattordicesimo commensale di un mercato
editoriale in cui gli auguriamo di essere sempre più
presente, ci avrebbe raccontato dell’altro. L’occasione
è solo rimandata al prossimo incontro. Immaginiamo che
avrà ancora molte cose da dirci, e noi, credeteci, altrettante
da chiedergli.
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