Il quattordicesimo Marilotti
.::Redazione ControMano - a cura di Anthony Masserey, Valeria Porcheddu, Andrea Gessa - 31 Maggio 2004 ::.

Venerdì 16 aprile 2004 nell’istituto Classico G.M. Dettori a Tempio Pausania si è tenuto l’incontro con l’autore del “La quattordicesima commensale”: Gianni Marilotti. Lo scrittore vive a Cagliari ed è professore di Storia e Filosofia nei licei. “La quattordicesima commensale” è il suo primo romanzo, con il quale ha vinto il premio “Italo Calvino” 2003. Oltre ad essere scrittore e professore dal 1990 è presidente dell’Associazione Culturale Mediterranea dove si occupa di storia del Mediterraneo e di cooperazione allo sviluppo. Prendendo spunto dai personaggi del romanzo l’argomento del dibattito si è andato via via spostando verso tematiche riguardanti terrorismo e politica. Ecco un estratto della discussione:

1. Perché ha scelto di dare una connotazione sarda ad una vicenda di respiro nazionale?
Il romanzo nasce dall’amore per la mia terra. Penso che in quest’isola ci siano molte energie che devono ancora emergere. Mi è sembrato interessante presentarle in un romanzo.

2. Si può definire atipica la sardità di Franca Bellisai?
È vero che inizialmente va a Torino con l’intenzione di rifiutare le sue origini. Cerca addirittura di eliminare ogni elemento della sua sardità. Ciò era frequente tra i giovani della generazione post-sessantottina che mal sopportava la mentalità chiusa. Ma alla fine la protagonista riacquista la volontà di tornare nella sua terra. Non ritengo così atipica la sardità di Franca Bellisai.

3. Perché la protagonista ha tanta tenacia nel nascondere il suo passato?
Ha imparato a non dare informazioni durante il periodo della lotta armata. Questo ha creato in lei un comportamento istintivo di chiusura e di difesa, anche dopo che il periodo delle Brigate Rosse era finito. Nonostante ciò Franca non è mai stata coinvolta pienamente nella lotta armata ma èsempre stata una fiancheggiatrice.

4. Si può intendere il volontariato come una redenzione dalla politica e dalla lotta armata?

Col tempo Franca perderà la fiducia nella lotta armata perché, nonostante ci creda ancora, non ritrova spessore morale nelle persone che secondo lei avrebbero potuto portarle avanti. Il suo cambiamento è dovuto alla permanenza a Parigi. Nella società multietnica scopre un maggiore impegno sociale e una tolleranza culturale che ancora non aveva trovato in Italia. Franca rimane comunque una rivoluzionaria perché nel suo atteggiamento persistono la voglia di un cambiamento e gli ideali rivoluzionari.

5. La rivoluzione ha, dunque, necessariamente bisogno di accompagnarsi ai fiumi di sangue?
Rivoluzione non significa uccidere. Significa cambiare. Io reputo Gesù Cristo, per esempio, il più grande rivoluzionario. Un altro esempio può essere Ghandi. Essi sono dei rivoluzionari che hanno scelto metodi civili e non violenti per ottenere dei cambiamenti.

6. Lei, per terrorismo,cosa intende?
I terroristi coinvolgono tutta la popolazione. I primi brigatisti avevano obiettivi mirati, per questo non li considero terroristi.

7. Il vegetarianesimo può essere inteso come una rivoluzione nel modo di pensare?
Si, può essere intesa come rivoluzione se pensiamo a quello che diceva Feurbach: “L’uomo è ciò che mangia”. Mi spiego: il fatto di mangiare carne incide sull’aggressività. Però vedo il vegetarianesimo come un’utopia. Anche perché non si può costringere la persona a mangiare erba. Ma lasciatemi spiegare il mio concetto di utopia. Io la vedo più come un orrizionte che si allontana sempre di più man mano che ci si avvicina. Per cui è necessario un continuo andare avanti. Secondo Ernest Bloch il socialismo, per esempio, è finito quando qualcuno ha detto: questo è il socialismo. Questa affermazione ha distrutto i sogni di chi credeva in un migliormanto e l’illusione è diventata una delusione.

Terrorismo, nuovi scenari della politica internazionale, Sardegna: siamo certi che se l’intervista fosse andata avanti, lo scrittore cagliaritano, quattordicesimo commensale di un mercato editoriale in cui gli auguriamo di essere sempre più presente, ci avrebbe raccontato dell’altro. L’occasione è solo rimandata al prossimo incontro. Immaginiamo che avrà ancora molte cose da dirci, e noi, credeteci, altrettante da chiedergli.