Intervista a Maurizio Matrone
.::Anthony Masserey, Anna Sanna, Andrea Gessa, Mario Franchi - 12 Luglio 2004 ::.

In occasione della presentazione avvenuta a Tempio Pausania il 18 giugno del nuovo libro “Il mio nome è Tarzan Soraia” lo staff di contro-mano.net è riuscito a fare qualche domanda a Maurizio Matrone, uno degli scrittori che rappresenta l’innovazione del genere noir. Matrone, poliziotto presso la Questura di Bologna, autore dei romanzi “Fiato di sbirro” (Hobby & Work 1998) e “Erba alta” (Frassinelli 2003) scrive anche racconti per bambini, per antologie e riviste specializzate. Grazie alla sua laurea in pedagogia ha scritto diversi saggi sul lavoro del poliziotto in materia minorile. È infatti dalle storie che vive in prima persona, in quanto poliziotto, che Matrone prende spunto per la realizzazione dei suoi romanzi. Basta pensare a “Erba alta”, ambientato ai tempi della Banda della Uno Bianca, o al recentissimo “Il mio nome è Tarzan Soraia”, che racconta la storia vera di un ragazzo rom. Da alcune curiosità di carattere tecnico siamo passati a domande che riguardano le vicende dei suoi romanzi e i riscontri che hanno avuto su di lui.

1. Come vede l’ascesa che il noir sta compiendo in Italia, è contento o crede che sia un genere che debba avere un’importanza ancora maggiore?

Sono contento ma, quel che conta è che non resti fossilizzato come genere. C’è bisogno di andare oltre. Se un tempo il noir era un genere di nicchia ora è letto quasi da tutti.

2. Il noir è passato attraverso varie evoluzioni, come il thriller, o il giallo o ultimamente il fantasy. Crede che ci siano altre evoluzioni da compiere?

Credo che il noir debba cercare di affrancarsi dal poliziesco. Vedi ad esempio Carlotto o Cuming o De Cataldo, che entrano nel romanzo sociale.

3. Ha avuto una musa ispiratrice?

No, diciamo che tutto nasce dalla passione per il noir.

4. Come ha vissuto il periodo di terrore della Uno Bianca?

Male, avevamo paura perché vivevamo in un clima di tensione. Potevamo essere ammazzati da un momento all’altro.

5. Si aveva la sensazione che all’interno della Questura di Bologna ci fosse chi prima commetteva il crimine e poi tornava sul posto per indagare?

No. Non pensavamo assolutamente che potessero essere altri poliziotti a compiere quelle schifezze.

6. Rispetto al periodo in cui colpiva la Uno Bianca sono rimasti dei pregiudizi socio-razziali all’interno delle Forze dell’Ordine?

Sono rimasti dei pregiudizi. Certo, non è come prima. Ma basti pensare alle torture in Iraq. Il potere richiama violenza e cattiveria, che viene sfogata sui più deboli.

7. Ultimamente le manifestazioni pubbliche suscitano la paura di scontri tra Forze dell’Ordine e manifestanti. Cosa ne pensa ad esempio di quello che è accaduto durante il G8 di Genova, come l’irruzione nella Scuola Diaz e le varie cariche ingiustificate?

Quando avvennero i fatti del G8 scrissi un articolo su “La Repubblica” insieme a Carlo Lucarelli in cui dissi che non mi piaceva quella violenza gratuita. A Genova mancavano dei funzionari che gestissero i manifestanti e questo ha complicato le cose. Il mio disaccordo per la violenza non ha fatto piacere ad alcuni colleghi che hanno pensato che volessi rovinare l’immagine della polizia. Bisogna ricordarsi che chi getta il fango sulla polizia è chi usa la divisa per commettere i crimini non chi racconta ciò che avviene all’interno della polizia.

8. Nei suoi romanzi i personaggi sono rappresentati a tutto tondo. Da dove prende ispirazione per le descrizioni così dettagliate dei loro caratteri? Ha mai pensato di soffrire di schizofrenia?

(Ride) Sono cose che mi capitano tutti i giorni mentre svolgo il mio mestiere, quindi le vivo. In questo modo mi immedesimo in tutti i personaggi.

9. Quali sono i suoi gusti musicali? Si ritrovano nei suoi libri?

A me piace molto la musica degli anni ’80. Posso citare ad esempio i Bauhaus o gli Joy Division o i Dead Can Dance. E compaiono tutti nei miei romanzi.