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In occasione della presentazione
avvenuta a Tempio Pausania il 18 giugno del nuovo libro “Il
mio nome è Tarzan Soraia” lo staff di contro-mano.net
è riuscito a fare qualche domanda a Maurizio Matrone,
uno degli scrittori che rappresenta l’innovazione del
genere noir. Matrone, poliziotto presso la Questura di Bologna,
autore dei romanzi “Fiato di sbirro” (Hobby &
Work 1998) e “Erba alta” (Frassinelli 2003) scrive
anche racconti per bambini, per antologie e riviste specializzate.
Grazie alla sua laurea in pedagogia ha scritto diversi saggi
sul lavoro del poliziotto in materia minorile. È infatti
dalle storie che vive in prima persona, in quanto poliziotto,
che Matrone prende spunto per la realizzazione dei suoi romanzi.
Basta pensare a “Erba alta”, ambientato ai tempi
della Banda della Uno Bianca, o al recentissimo “Il mio
nome è Tarzan Soraia”, che racconta la storia vera
di un ragazzo rom. Da alcune curiosità di carattere tecnico
siamo passati a domande che riguardano le vicende dei suoi romanzi
e i riscontri che hanno avuto su di lui.
1. Come vede l’ascesa che
il noir sta compiendo in Italia, è contento o crede che
sia un genere che debba avere un’importanza ancora maggiore?
Sono contento ma, quel che conta è che non resti fossilizzato
come genere. C’è bisogno di andare oltre. Se un
tempo il noir era un genere di nicchia ora è letto quasi
da tutti.
2. Il noir è passato attraverso
varie evoluzioni, come il thriller, o il giallo o ultimamente
il fantasy. Crede che ci siano altre evoluzioni da compiere?
Credo che il noir debba cercare di affrancarsi dal poliziesco.
Vedi ad esempio Carlotto o Cuming o De Cataldo, che entrano
nel romanzo sociale.
3. Ha avuto una musa ispiratrice?
No, diciamo che tutto nasce dalla passione per il noir.
4. Come ha vissuto il periodo
di terrore della Uno Bianca?
Male, avevamo paura perché vivevamo in un clima di tensione.
Potevamo essere ammazzati da un momento all’altro.
5. Si aveva la sensazione che
all’interno della Questura di Bologna ci fosse chi prima
commetteva il crimine e poi tornava sul posto per indagare?
No. Non pensavamo assolutamente che potessero essere altri poliziotti
a compiere quelle schifezze.
6. Rispetto al periodo in cui
colpiva la Uno Bianca sono rimasti dei pregiudizi socio-razziali
all’interno delle Forze dell’Ordine?
Sono rimasti dei pregiudizi. Certo, non è come prima.
Ma basti pensare alle torture in Iraq. Il potere richiama violenza
e cattiveria, che viene sfogata sui più deboli.
7. Ultimamente le manifestazioni
pubbliche suscitano la paura di scontri tra Forze dell’Ordine
e manifestanti. Cosa ne pensa ad esempio di quello che è
accaduto durante il G8 di Genova, come l’irruzione nella
Scuola Diaz e le varie cariche ingiustificate?
Quando avvennero i fatti del G8 scrissi un articolo su “La
Repubblica” insieme a Carlo Lucarelli in cui dissi che
non mi piaceva quella violenza gratuita. A Genova mancavano
dei funzionari che gestissero i manifestanti e questo ha complicato
le cose. Il mio disaccordo per la violenza non ha fatto piacere
ad alcuni colleghi che hanno pensato che volessi rovinare l’immagine
della polizia. Bisogna ricordarsi che chi getta il fango sulla
polizia è chi usa la divisa per commettere i crimini
non chi racconta ciò che avviene all’interno della
polizia.
8. Nei suoi romanzi i personaggi
sono rappresentati a tutto tondo. Da dove prende ispirazione
per le descrizioni così dettagliate dei loro caratteri?
Ha mai pensato di soffrire di schizofrenia?
(Ride) Sono cose che mi capitano tutti i giorni mentre svolgo
il mio mestiere, quindi le vivo. In questo modo mi immedesimo
in tutti i personaggi.
9. Quali sono i suoi gusti musicali?
Si ritrovano nei suoi libri?
A me piace molto la musica degli anni ’80. Posso citare
ad esempio i Bauhaus o gli Joy Division o i Dead Can Dance.
E compaiono tutti nei miei romanzi.
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