| Abbiamo incontrato al Lucca
Comics i f.lli Francesco ed Emiliano Mattioli, pressoché sconosciuti
in Sardegna ma notissimi nella Penisola. Autori del "Mirabolante
Almanacco dei F.lli Mattioli", l'uno, Francesco, insegna alla
scuola di fumetto La Nuova Eloisa di Bologna, ha collaborato sia
con la Phoenix che con la Black Velvet, scrive per la rivista
Carmilla e ha al suo attivo anche l'albo "La furia di Eymerich"
di Valerio Evangelisti; l'altro, Emiliano, studia al Dams di Bologna
e oltre a contribuire alla stesura dell'Almanacco e a scrivere
anche lui per Carmilla, ha dato alla luce la geniale saga di "Gigi,
la piccola Oloturia". Per informazioni più dettagliate, potete
cliccare su www.fratellimattioli.it e www.strips.blog.excite.it.
Li abbiamo intervistati per voi.
CM: Come si diventa fumettista?
F.M.Ho conosciuto e mi sono appassionato ai fumetti
in età tarda, con storie quali, ad esempio, Dylan Dog.
Per diventare fumettista ho frequentato la scuola di fumetto di
Bologna; anzi, consiglierei a chiunque sia interessato di frequentare
una scuola specifica, perché è fondamentale per
apprendere le basi tecniche e tutto quello che c'è da sapere
sul fumetto. Inoltre, è importante conoscere autori ma
soprattutto farsi pubblicità.
E.M.: Sono diventato autore di fumetti grazie
a Francesco e ho girato a mio favore il fatto di non saper disegnare,
contribuendo maggiormente alla creazione delle storie, ma tra
i due non mi definirei lo sceneggiatore, piuttosto l'umorista.
È ovvio che entrambi lavoriamo alla storia, perché
in due si hanno più idee ed è sicuramente più
divertente. È il caso, ad esempio, di "Gigi, la piccola
Oloturia".

CM: Qual'è lapotenza del fumetto
in un racconto?
F.M.: Il linguaggio del fumetto è ibrido,
varia continuamente, le storie sono potenti sia a livello grafico
che di narrazione, e le due cose si sommano. Credo sia un ottimo
mezzo di comunicazione, perché ha un forte impatto visivo;
rispetto ad un romanzo è molto più immediato, e
va a sottolineare il racconto, lo mette in risalto. Ovviamente,
oltre ai pregi, ha anche dei limiti.
E.M.: Anche per me è la stessa cosa: a
differenza di un racconto di narrativa, dove è impossibile
realizzare i silenzi oppure rendere appieno lo smarrimento, e
il fumetto è una cosa naturale e immediata. Le strisce,
ad esempio, di "Gigi l'Oloturia", non potrebbero esistere
senza immagine, anche se sintetizzate al massimo in pochi tratti.
Con l'immagine si pensa più velocemente, è quello
che accade registrando le parole.
CM: Da cosa nasce l'idea del soggetto
del racconto?
F.M.: Dipende. In alcuni soggetti nascono direttamente
dal personaggio, che ha un certo modo di comportarsi, con delle
meccaniche particolari, ed intorno ad esso creiamo il resto. Oppure
abbiamo un'idea del racconto, ed intorno ad esso inseriamo i personaggi
più adatti. Alcune volte mi è capitato di lavorare
su delle sceneggiature già pronte, dove la storia era già
preparata, e io dovevo renderla a fumetti. L'importante è
sempre creare la giusta interazione tra i personaggi, in modo
che il lettore si affezioni ad essi e li legga con piacere.
E.M.: il soggetto e il racconto sono due elementi
che partono dal nulla, e bisogna farli coesistere nella stessa
sfera. Si può creare, in questo modo, qualsiasi cosa; ad
esempio, non è difficile da realizzare Dante, che, dall'inferno,
torna armato di mitra; così si possono mischiare diversi
mondi, sta all'autore riuscire a far evolvere la storia in qualcosa
di buono. "Gigi l'Oloturia" è un contrasto perché
non ha una sua definizione.

CM: Potete spiegarci le tappe della
stesura di un fumetto?
F.M.: Il fumetto è come il cinema, si
parte da un'idea e si stende una scaletta (questo è nella
norma, tranne autori come Pazienza che disegnavano di getto),
si inseriscono i personaggi, si stende la sceneggiatura, con particolare
attenzione ai "buchi" della storia, si stende lo storyboard,
le bozze e si passa alle matite. È un lavoro che richiede
parecchio tempo e attenzione.
E.M.: Dal soggetto alla sceneggiatura molte cose
cambiano, non si passa direttamente alla sceneggiatura, lavoriamo
su poche pagine, tagliamo le cose che non servono nel contesto.
È sempre meglio lavorare in bozze a lungo, si aggiunge
e si taglia continuamente, cosa impossibile nella stesura definitiva.
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