La notte era molto
scura quella sera, solo poche stelle tremavano debolmente nell'immensità
del cielo. Il rumore delle auto che passavano sui lungarni e le
voci delle centinaia di ragazzi seduti sulle spallette davanti
a Piazza Garibaldi erano gli unici che rompevano la magica atmosfera
di quella sera di autunno.
Chiara, una ragazza di Milano venuta a studiare a Pisa alla facoltà
di Informatica, sedeva come molti altre sulle spallette e si gustava
con un largo sorriso di compiacenza, un buon gelato. Attorno vi
erano i suoi amici. Chiara aveva un fisico da fotomodella, occhi
azzurri, capelli biondo chiaro e lunghi fino alle spalle, e la
sua pelle era bianca come la neve e vellutata come la seta. Era
molto amata dai suoi amici e molti di essi avrebbero voluto avere
qualcosa di più, ma non osavano farsi avanti, la paura
di un rottura definiva era troppo grande.
La dolce Chiara però non era una stupida e sapeva riconoscere
i sentimenti, soprattutto dai gesti e dagli sguardi, e non solo
quelli dei suoi spasimanti. Nel gruppo infatti c'erano anche due
ragazze che sembrava odiare fortemente la ragazza milanese. Avevano
anche la brutta abitudine, spesso e volentieri, di sparlare di
lei e di cercare in tutti i modi di farla sembrare meno angelica
agli occhi di quanti la conoscevano. Queste due ragazze si chiamavano
Lara e Federica. Due invidiose incallite. A dirla tutta però
non avevano tutti i torti. Quando c'era Chiara la loro presenza
passava fortemente in secondo piano. E questo le faceva sentire
terribilmente inutili. E loro odiavano sentirti inutili.
Mentre tutti insieme chiacchieravano allegramente, chi in maniera
più sincera, chi ovviamente rosa dall'invidia, un ragazzo
d'una ventina d'anni si avvicino al gruppo e salutò tutti
con un largo sorriso.
"Ciao Joe, come stai?" lo salutò Chiara, tentano
invano di celare i sentimenti che provava per lui.
"Bene, grazie e voi?" la voce di Joe era calda e sensuale,
molte donne cadevano ai suoi piedi, comprese Lara e Federica.
Peccato per loro però ci fosse di mezzo Chiara che di sicuro
era il centro primario delle attenzione del ragazzo.
Joe, o meglio Johnatan Peters era un ragazzo di origine inglese,
era nato a Londra, e si era da poco trasferito a Pisa per studiare
lettere italiane. Questa passione gli veniva da sua madre, italiana
di nascita e molto legata al suo paese, tanto più che la
casa dove abitava apparteneva proprio alla famiglia di sua madre
da generazioni. Questo è quanto sapevano i suoi amici di
lui. Quello che aveva raccontato loro. Infatti su di lui restava
sempre un alone di mistero che lo rendeva, agli occhi delle ragazze,
molto più affascinante di quanto non fosse con la sua alta
statura, i lunghi capelli corvini e gli occhi di un verde smeraldo
che luccicavano sotto le luci gialle dei lampioni del lungarno.
"Noi andiamo a prendere un gelato" se ne uscì
Lara.
Le due ragazze così si allontanarono dal gruppo lasciando
Chiara e Joe ai loro dolci sguardi da innamorati ancora non dichiarati.
Arrivati in prossimità della gelateria si fermarono a parlare
con due ragazzi sui trent'anni, che, a dirla tutta, non aveva
certo una gran bella faccia. Ma questo, purtroppo, non venne notato
da nessuno del gruppo.
"Allora è quella la ragazza?" esordì uno
dei due indicando Chiara con un piccolo cenno degli occhi.
"Sì, proprio lei!" confermò Federica.
"Davvero un gran pezzo di figliola…" commentò
l'altro.
"Non credo quindi sia una fatica fare ciò che vi abbiamo
chiesto…" Lara era molto compiaciuta di ciò
che stavano facendo, tanto da potersi permettere un po' d'ironia.
"Nessun problema, sempre disponibili…" ironizzò
il primo che aveva parlato sbottando in una risata gelida.
"D'accordo, mi raccomando, ci fidiamo di voi… Vogliamo
che odi tutti gli uomini… tutti quanti! Deve starsene chiusa
in casa e non mettere più il naso fuori…" puntualizzò
Lara.
"Siamo qui per questo, no? Ma voi siete sicure che passi
proprio per Piazza delle Vettovaglie?"
"Sicure…" Lara non aveva dubbi l'aveva accompagnata
diverse volte a casa ed oramai conosceva ogni strada che Chiara
percorreva per arrivare a casa, "Solo nel caso tirasse una
brutta aria, sapete… per via degli spacciatori… In
quel caso va dritta fino in Piazza dei Cavalieri, gira per Via
Santa Maria e così raggiunge Piazza Dante…"
"Dove abita…" precisò Federica.
"Allora d'accordo…"
Presero il gelato e tornarono dai loro amici.
"Ci avete messo un bel po', c'era tanta gente?" chiese
Alberto, uno dei ragazzi che era con loro.
"No è che il primo che ho preso mi è caduto
a metà piazza… Un ragazzo che correva mi ha dato
un botta fortissima sul braccio…"
"Che stronzo!" si sentì solidale Chiara che certo
non immaginava quali oscuri intrighi le sue due amiche, se così
si potevano definire, tramavano alle sue spalle.
"Ora è meglio che vada… Domani mi devo alzare
presto…" annunciò il proprio commiato Joe.
"Anche per me è ora di andare" si accodò
immediatamente Chiara.
"Allora, magari, facciamo un pezzo di strada insieme…"
le propose Joe sorridendo felice.
"Ma certo…" anche Chiara era entusiasta di quella
situazione venutasi a creare. Un po' meno felici erano le due
ragazze, Lara e Federica. La presenza di Joe poteva mandare in
fumo il loro piano, purtroppo per loro, però, non potevano
certo intromettersi, si sarebbero scoperte. Potevano solo stare
ad aspettare.
I due ragazzi attraversarono la strada dove aver visto sfrecciare
davanti a loro un'ambulanza della Misericordia e una Punto dei
Carabinieri. Percorsero, scherzando allegramente tra loro, Piazza
Garibaldi e proseguirono verso Borgo Stretto. Una volta arrivati
più o meno a un quarto della via Chiara salutò con
un largo sorriso Joe. In effetti il ragazzo dimorava oltre le
mura, in zona Porta a Lucca, e avrebbe dovuto continuare dritto
ancora per un bel pezzo.
"Sei sicura che non vuoi che ti accompagni?" chiese
timidamente il ragazzo.
"Non ti preoccupare, Joe, so badare a me stessa…"
"D'accordo… allora ci vediamo domani pomeriggio per
un caffè".
"A domani allora…"
"Fa attenzione…"
In lontananza sia Federica che Lara avevano visto tutto e ghignavano
felici. Il loro piano terribile era salvo.
Chiara svoltò a destra mentre Joe proseguì diritto
verso Borgo Largo.
La giovane ragazza di Milano si inoltre nel piccolo vicolo che
si apriva su Piazza delle Vettovaglie. Verso metà piazza,
dopo aver superato alcuni ragazzi chiaramente ubriachi seduti
per terra a dormire, sentì una mano che sfiorarle il sedere.
Subito si voltò.
Erano lì davanti a lei due uomini sui trent'anni. Ghignavano
amaramente, e il loro sguardo non era per nulla rassicurate. Cercando
di far finta di nulla, Chiara, senza dire una parola, si voltò
ancora una volta e proseguì per la sua strada, prima a
passo lento, poi quasi correndo.
Ma sentiva i loro passi.
Li sentiva sempre più vicini.
Fino a che una mano, forte e rude, non la prese per un braccio
interrompendo la sua disperata corsa. In quell'attimo, perché
di questo si trattò, Chiara ripensò alla sua famiglia.
Ai suoi genitori, alla sua sorellina di appena quindici anni.
Persone che forse non avrebbe più rivisti, o, nel migliore
dei casi, non sarebbe più riuscita a guardare negli occhi
per la vergogna. Nonostante tutto la ragazza sapeva bene a cosa
stava per andare incontro. Aveva letto diverse volte di stupri
avvenuti in maniera simile. Ma allora si trattavano di avvenimenti
lontani mille miglia da lei. Erano solo articoli o racconti, nulla
di vero. Nulla come quell'istante di terrore.
Cadde per terra, spinta dalla forza bruta di uno dei suoi due
aggressori.
Si ritrovò così a guardarli dal basso verso l'alto.
Facevano ancora più paura di prima.
"Non renderci le cose difficili, non ci vorrà molto!"
la schernì uno dei due maniaci.
Chiara, tremante dalla paura, e incapace di reagire in alcun modo,
come fosse diventata all'improvviso una statua di ghiaccio, si
mise a piangere. Cercò di dire qualcosa, ma le parole le
morirono in gola, soffocate dai singhiozzi del pianto.
Entrambi gli uomini si fecero più vicini.
Tentarono con le mani di sollevarle la gonna.
Ma qualcosa, una mano per la precisione, si posò sulle
loro spalle. Furono sbalzati all'indietro di almeno cinque metri,
nella direzione da cui erano venuti rincorrendo la ragazza. Proprio
in quell'istante la luce dei lampioni si spense e il piccolo vicolo
rimase totalmente avvolto dalla tenebra.
Chiara fissò l'ombra davanti a lei. Non le era permesso
vedere quella nuova figura in viso, poteva solo notare la sua
imponente altezza e la lunghezza dei suoi cappelli. E il chiarore
dei suoi occhi, occhi profondi e spietati.
Un brivido le percorse la schiena, e le domande cominciarono ad
affollare la mente della ragazza.
Si poteva fidare di quell'uomo che, a quanto sembrava, le aveva
salvato la vita? O forse aveva preso solo il posto di quegli altri
due stupratori?
Le sue domande ebbero preso una risposta dalla suadente voce della
figura davanti a lei, "Non voglio farti del male", cercò
di rassicurarla tendendole la mano per rialzarsi.
Chiara si stupì di quel gesto così gentile. Soprattutto
si stupì di quanto familiare le sembrò la voce melodiosa
del ragazzo che aveva davanti. Si stupì, anche però,
di quanto quella voce fosse lontana, come sepolta sotto un tomba
da millenni.
Nonostante la gentilezza, però, Chiara non era disposta
così facilmente a fidarsi di lui e tentò di allontanarsi
facendosi indietro facendo leva sulle gambe.
"Ti devi fidare di me, Chiara. Non sono qui per farti del
male, ti voglio solo aiutare, se tu me lo consentirai…",
la sua mano si fece ancora avanti e stavolta la ragazza la strinse.
In un attimo, con un solo gesto del braccio della figura non ben
distinta che aveva davanti, si alzò in piedi. Era ferita,
cadendo si era procurata un graffio non da poco.
"Va a casa e curati quel braccio… non è nulla
di grave ma potrebbe infettarsi…" le disse gentilmente
lo sconosciuto, "Vai veloce…".
"Grazie… ma" mormorò timidamente Chiara
"Niente ma… vai, e non voltarti indietro, per nessuna
ragione…"
La ragazza non se lo fece ripetere due volte. Si girò e
corse verso casa.
La figura avvolta dalle ombre rimase esattamente nello stesso
punto dove si trovava, tenendo lo sguardo fisso su Chiara che
man mano si allontanava sempre di più, fino a scomparire
in un vicolo lontano da dove si trovava lui.
"Ehi tu!" gridò uno dei due maniaci che nel frattempo
si erano ripresi dalla choc ed erano pronti a dar battaglia alla
creatura che aveva mandato in fumo il loro piano così perfetto
e redditizio.
L'ombra si voltò verso di loro, ma non disse nulla.
"Ti sei cacciato in un brutto guaio, ragazzo…"
lo rimproverò l'altro.
La figura si fece avanti e si mostrò alla luce.
"Un ragazzino…" mormorarono all'unisono.
I suoi profondi occhi verdi fissavano i due uomini con odio. Ma
ancora una volta nessuna sillaba uscì fuori dalla sua bocca,
ma neppure alcun tremito mostrò che avesse paura di loro.
"Ora ti daremo una bella lezione, ragazzo, così impari
a ficcare il naso dove non devi…"
Sorrise.
Un sorriso che avrebbe fatto gelare il sangue nelle vene di chiunque.
E quel sorriso mostrò dei canini terribilmente appuntiti
e terrificanti.
"Bene, allora…" disse finalmente il ragazzo con
estrema tranquillità, avvicinandosi alle sue vittime, "Fatevi
avanti… Stanotte non ho ancora cenato!"
Pisa, 8 Luglio 2001
Pisa, 2 Maggio 2005
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