Il salvatore
.::Ernesto Cau - 19 Agosto 2005::.

La notte era molto scura quella sera, solo poche stelle tremavano debolmente nell'immensità del cielo. Il rumore delle auto che passavano sui lungarni e le voci delle centinaia di ragazzi seduti sulle spallette davanti a Piazza Garibaldi erano gli unici che rompevano la magica atmosfera di quella sera di autunno.
Chiara, una ragazza di Milano venuta a studiare a Pisa alla facoltà di Informatica, sedeva come molti altre sulle spallette e si gustava con un largo sorriso di compiacenza, un buon gelato. Attorno vi erano i suoi amici. Chiara aveva un fisico da fotomodella, occhi azzurri, capelli biondo chiaro e lunghi fino alle spalle, e la sua pelle era bianca come la neve e vellutata come la seta. Era molto amata dai suoi amici e molti di essi avrebbero voluto avere qualcosa di più, ma non osavano farsi avanti, la paura di un rottura definiva era troppo grande.
La dolce Chiara però non era una stupida e sapeva riconoscere i sentimenti, soprattutto dai gesti e dagli sguardi, e non solo quelli dei suoi spasimanti. Nel gruppo infatti c'erano anche due ragazze che sembrava odiare fortemente la ragazza milanese. Avevano anche la brutta abitudine, spesso e volentieri, di sparlare di lei e di cercare in tutti i modi di farla sembrare meno angelica agli occhi di quanti la conoscevano. Queste due ragazze si chiamavano Lara e Federica. Due invidiose incallite. A dirla tutta però non avevano tutti i torti. Quando c'era Chiara la loro presenza passava fortemente in secondo piano. E questo le faceva sentire terribilmente inutili. E loro odiavano sentirti inutili.
Mentre tutti insieme chiacchieravano allegramente, chi in maniera più sincera, chi ovviamente rosa dall'invidia, un ragazzo d'una ventina d'anni si avvicino al gruppo e salutò tutti con un largo sorriso.
"Ciao Joe, come stai?" lo salutò Chiara, tentano invano di celare i sentimenti che provava per lui.
"Bene, grazie e voi?" la voce di Joe era calda e sensuale, molte donne cadevano ai suoi piedi, comprese Lara e Federica. Peccato per loro però ci fosse di mezzo Chiara che di sicuro era il centro primario delle attenzione del ragazzo.
Joe, o meglio Johnatan Peters era un ragazzo di origine inglese, era nato a Londra, e si era da poco trasferito a Pisa per studiare lettere italiane. Questa passione gli veniva da sua madre, italiana di nascita e molto legata al suo paese, tanto più che la casa dove abitava apparteneva proprio alla famiglia di sua madre da generazioni. Questo è quanto sapevano i suoi amici di lui. Quello che aveva raccontato loro. Infatti su di lui restava sempre un alone di mistero che lo rendeva, agli occhi delle ragazze, molto più affascinante di quanto non fosse con la sua alta statura, i lunghi capelli corvini e gli occhi di un verde smeraldo che luccicavano sotto le luci gialle dei lampioni del lungarno.
"Noi andiamo a prendere un gelato" se ne uscì Lara.
Le due ragazze così si allontanarono dal gruppo lasciando Chiara e Joe ai loro dolci sguardi da innamorati ancora non dichiarati. Arrivati in prossimità della gelateria si fermarono a parlare con due ragazzi sui trent'anni, che, a dirla tutta, non aveva certo una gran bella faccia. Ma questo, purtroppo, non venne notato da nessuno del gruppo.
"Allora è quella la ragazza?" esordì uno dei due indicando Chiara con un piccolo cenno degli occhi.
"Sì, proprio lei!" confermò Federica.
"Davvero un gran pezzo di figliola…" commentò l'altro.
"Non credo quindi sia una fatica fare ciò che vi abbiamo chiesto…" Lara era molto compiaciuta di ciò che stavano facendo, tanto da potersi permettere un po' d'ironia.
"Nessun problema, sempre disponibili…" ironizzò il primo che aveva parlato sbottando in una risata gelida.
"D'accordo, mi raccomando, ci fidiamo di voi… Vogliamo che odi tutti gli uomini… tutti quanti! Deve starsene chiusa in casa e non mettere più il naso fuori…" puntualizzò Lara.
"Siamo qui per questo, no? Ma voi siete sicure che passi proprio per Piazza delle Vettovaglie?"
"Sicure…" Lara non aveva dubbi l'aveva accompagnata diverse volte a casa ed oramai conosceva ogni strada che Chiara percorreva per arrivare a casa, "Solo nel caso tirasse una brutta aria, sapete… per via degli spacciatori… In quel caso va dritta fino in Piazza dei Cavalieri, gira per Via Santa Maria e così raggiunge Piazza Dante…"
"Dove abita…" precisò Federica.
"Allora d'accordo…"
Presero il gelato e tornarono dai loro amici.
"Ci avete messo un bel po', c'era tanta gente?" chiese Alberto, uno dei ragazzi che era con loro.
"No è che il primo che ho preso mi è caduto a metà piazza… Un ragazzo che correva mi ha dato un botta fortissima sul braccio…"
"Che stronzo!" si sentì solidale Chiara che certo non immaginava quali oscuri intrighi le sue due amiche, se così si potevano definire, tramavano alle sue spalle.
"Ora è meglio che vada… Domani mi devo alzare presto…" annunciò il proprio commiato Joe.
"Anche per me è ora di andare" si accodò immediatamente Chiara.
"Allora, magari, facciamo un pezzo di strada insieme…" le propose Joe sorridendo felice.
"Ma certo…" anche Chiara era entusiasta di quella situazione venutasi a creare. Un po' meno felici erano le due ragazze, Lara e Federica. La presenza di Joe poteva mandare in fumo il loro piano, purtroppo per loro, però, non potevano certo intromettersi, si sarebbero scoperte. Potevano solo stare ad aspettare.
I due ragazzi attraversarono la strada dove aver visto sfrecciare davanti a loro un'ambulanza della Misericordia e una Punto dei Carabinieri. Percorsero, scherzando allegramente tra loro, Piazza Garibaldi e proseguirono verso Borgo Stretto. Una volta arrivati più o meno a un quarto della via Chiara salutò con un largo sorriso Joe. In effetti il ragazzo dimorava oltre le mura, in zona Porta a Lucca, e avrebbe dovuto continuare dritto ancora per un bel pezzo.
"Sei sicura che non vuoi che ti accompagni?" chiese timidamente il ragazzo.
"Non ti preoccupare, Joe, so badare a me stessa…"
"D'accordo… allora ci vediamo domani pomeriggio per un caffè".
"A domani allora…"
"Fa attenzione…"
In lontananza sia Federica che Lara avevano visto tutto e ghignavano felici. Il loro piano terribile era salvo.
Chiara svoltò a destra mentre Joe proseguì diritto verso Borgo Largo.
La giovane ragazza di Milano si inoltre nel piccolo vicolo che si apriva su Piazza delle Vettovaglie. Verso metà piazza, dopo aver superato alcuni ragazzi chiaramente ubriachi seduti per terra a dormire, sentì una mano che sfiorarle il sedere. Subito si voltò.
Erano lì davanti a lei due uomini sui trent'anni. Ghignavano amaramente, e il loro sguardo non era per nulla rassicurate. Cercando di far finta di nulla, Chiara, senza dire una parola, si voltò ancora una volta e proseguì per la sua strada, prima a passo lento, poi quasi correndo.
Ma sentiva i loro passi.
Li sentiva sempre più vicini.
Fino a che una mano, forte e rude, non la prese per un braccio interrompendo la sua disperata corsa. In quell'attimo, perché di questo si trattò, Chiara ripensò alla sua famiglia. Ai suoi genitori, alla sua sorellina di appena quindici anni. Persone che forse non avrebbe più rivisti, o, nel migliore dei casi, non sarebbe più riuscita a guardare negli occhi per la vergogna. Nonostante tutto la ragazza sapeva bene a cosa stava per andare incontro. Aveva letto diverse volte di stupri avvenuti in maniera simile. Ma allora si trattavano di avvenimenti lontani mille miglia da lei. Erano solo articoli o racconti, nulla di vero. Nulla come quell'istante di terrore.
Cadde per terra, spinta dalla forza bruta di uno dei suoi due aggressori.
Si ritrovò così a guardarli dal basso verso l'alto. Facevano ancora più paura di prima.
"Non renderci le cose difficili, non ci vorrà molto!" la schernì uno dei due maniaci.
Chiara, tremante dalla paura, e incapace di reagire in alcun modo, come fosse diventata all'improvviso una statua di ghiaccio, si mise a piangere. Cercò di dire qualcosa, ma le parole le morirono in gola, soffocate dai singhiozzi del pianto.
Entrambi gli uomini si fecero più vicini.
Tentarono con le mani di sollevarle la gonna.
Ma qualcosa, una mano per la precisione, si posò sulle loro spalle. Furono sbalzati all'indietro di almeno cinque metri, nella direzione da cui erano venuti rincorrendo la ragazza. Proprio in quell'istante la luce dei lampioni si spense e il piccolo vicolo rimase totalmente avvolto dalla tenebra.
Chiara fissò l'ombra davanti a lei. Non le era permesso vedere quella nuova figura in viso, poteva solo notare la sua imponente altezza e la lunghezza dei suoi cappelli. E il chiarore dei suoi occhi, occhi profondi e spietati.
Un brivido le percorse la schiena, e le domande cominciarono ad affollare la mente della ragazza.
Si poteva fidare di quell'uomo che, a quanto sembrava, le aveva salvato la vita? O forse aveva preso solo il posto di quegli altri due stupratori?
Le sue domande ebbero preso una risposta dalla suadente voce della figura davanti a lei, "Non voglio farti del male", cercò di rassicurarla tendendole la mano per rialzarsi.
Chiara si stupì di quel gesto così gentile. Soprattutto si stupì di quanto familiare le sembrò la voce melodiosa del ragazzo che aveva davanti. Si stupì, anche però, di quanto quella voce fosse lontana, come sepolta sotto un tomba da millenni.
Nonostante la gentilezza, però, Chiara non era disposta così facilmente a fidarsi di lui e tentò di allontanarsi facendosi indietro facendo leva sulle gambe.
"Ti devi fidare di me, Chiara. Non sono qui per farti del male, ti voglio solo aiutare, se tu me lo consentirai…", la sua mano si fece ancora avanti e stavolta la ragazza la strinse.
In un attimo, con un solo gesto del braccio della figura non ben distinta che aveva davanti, si alzò in piedi. Era ferita, cadendo si era procurata un graffio non da poco.
"Va a casa e curati quel braccio… non è nulla di grave ma potrebbe infettarsi…" le disse gentilmente lo sconosciuto, "Vai veloce…".
"Grazie… ma" mormorò timidamente Chiara
"Niente ma… vai, e non voltarti indietro, per nessuna ragione…"
La ragazza non se lo fece ripetere due volte. Si girò e corse verso casa.
La figura avvolta dalle ombre rimase esattamente nello stesso punto dove si trovava, tenendo lo sguardo fisso su Chiara che man mano si allontanava sempre di più, fino a scomparire in un vicolo lontano da dove si trovava lui.
"Ehi tu!" gridò uno dei due maniaci che nel frattempo si erano ripresi dalla choc ed erano pronti a dar battaglia alla creatura che aveva mandato in fumo il loro piano così perfetto e redditizio.
L'ombra si voltò verso di loro, ma non disse nulla.
"Ti sei cacciato in un brutto guaio, ragazzo…" lo rimproverò l'altro.
La figura si fece avanti e si mostrò alla luce.
"Un ragazzino…" mormorarono all'unisono.
I suoi profondi occhi verdi fissavano i due uomini con odio. Ma ancora una volta nessuna sillaba uscì fuori dalla sua bocca, ma neppure alcun tremito mostrò che avesse paura di loro.
"Ora ti daremo una bella lezione, ragazzo, così impari a ficcare il naso dove non devi…"
Sorrise.
Un sorriso che avrebbe fatto gelare il sangue nelle vene di chiunque.
E quel sorriso mostrò dei canini terribilmente appuntiti e terrificanti.
"Bene, allora…" disse finalmente il ragazzo con estrema tranquillità, avvicinandosi alle sue vittime, "Fatevi avanti… Stanotte non ho ancora cenato!"

Pisa, 8 Luglio 2001
Pisa, 2 Maggio 2005