Racconto n°2: Due destini in un solo tempo
.::Tiziana Carta::.

DUE DESTINI IN UN SOLO TEMPO

"Non ci riesco sai?" così esordiva Ginevra guardandosi allo specchio quadrato del suo bagno grigio perla, arricchito di decorazioni di stampo greco nell'ultima fila di piastrelle in alto.
Fissava i suoi occhi castani e lucidi, che non riflettevano se stessa, ma un finta immagine di qualcuno che in quel momento non era lì, pur essendoci, e con aria di sfida ripeteva a bassa voce, stringendo i denti, e tenendo le mani appoggiate al piano di marmo di Carrara del lavabo costato quasi quanto l'intero bagno.
"Non ci riesco sai? a dimenticare io non ci riesco. Va bene, il tempo è passato e dovrei essermi già rassegnata, ma come si fa a rinunciare? Io ho bisogno di scegliere non di rinunciare! Mi hai insegnato tanto: come difendermi, come farmi rispettare, hai fatto venire fuori il meglio e il peggio di me e poi? Poi mi hai detto dimentica Ginevra! Dimentica! Prova ad odiarmi, tutto tornerà come prima.. . ora spiegami cosa dovrebbe tornare come prima? E poi quale prima? Non capisci che non c'era un prima senza di te e che senza di te non c'è un dopo? E cosa vuol dire odiarti? Ho passato tutta la mia vita ad amarti e ora dovrei sprecarne altrettanta (e una intera non basterebbe) ad odiarti? Ma che vuol dire? Perché non lotti per me se dici di amarmi? Non so ancora se hai migliorato la mia vita o se l'hai rovinata, ma di certo ora me la stai togliendo nel peggiore dei modi, mi stai portando via l'unica forza che ho: l'amore".
La sua voce si alzava, stringeva i pugni e le nocche risaltavano sulla pelle bianca. Fissava il suo volto con rabbia, Ginevra, e sovente passava le mani con istinto nervoso tra i capelli castano chiaro, spostando la frangia dalla fronte alta, colorata di un vermiglio acceso che faceva riflettere le sue gote fino a farle assomigliare a due grosse mele mature. I suoi occhi non piangevano, non avevano più lacrime, non ne erano rimaste per poter scivolare giù per tutta la lunghezza di quel viso snello e segnato da tante curve che la rendevano una delle ragazze più belle del suo piccolo paese.
Era ammirata da tutti. I bambini la vedevano come una compagna di giochi, sempre pronta a regalare sorrisi e alla quale rivolgere incessantemente i loro "perché". I suoi coetanei la rispettavano e riconoscevano in lei una ragazza solare, sicura, capace di adattarsi a qualsiasi situazione. Qualcuno cercava di stupirla e farla innamorare, altri la sentivano quasi irraggiungibile. I grandi la indicavano come modello per i propri figli, e quando passava per le vie del paese non scordava mai di salutare nessuno, neanche i vecchietti seduti nella piazza di una piccola chiesetta ancora frequentata da molti. Certo anche a lei capitava di avere dei battibecchi con qualcuno, ma non rimandava mai le buone occasioni per chiarire l'equivoco; sembrava quasi che si sentisse sempre colpevole, e ripeteva in continuazione 'un vecchio insegnamento morale: "se uno non vuole, i due non litigano", ma questo non permetteva a nessuno di metterle i piedi in testa: Ginevra sapeva bene fin dove arrivava la verità e dove cominciava la menzogna.
Lei però si sentiva semplice, né bella, né irraggiungibile, né un modello per i giovani adolescenti presi dalla religione professata dai loro cantanti preferiti o dalle fiction televisive. Prossima ai 28 anni, laureata in giornalismo e autrice di molti articoli per un giornale locale e per un settimanale della parrocchia, si riteneva solo una ragazza come tante, che studiava per dovere e lavorava per necessità. Non aveva mai chiesto niente ai suoi genitori, ancora piuttosto giovani e innamorati come il primo giorno. Quando scelse di fare giornalismo non pensò che questo l'avrebbe costretta, prima o poi, a lasciare il suo paese pieno di bocche di rosa, ma anche di tante belle persone; ma Ginevra non era solita farsi venire emicranie dal troppo preoccuparsi perciò, come non pensò allora al futuro, continuò a non pensarci anche quando si innamorò.
C'era un bel parco alberato nel suo paese e durante la primavera era solita andarci e sedersi in una panchina soleggiata dove, tra uno starnuto e uno altro, cercava di leggere. Riusciva a iniziare più libri contemporaneamente, ognuno di diverso genere, e ne divideva la lettura durante la giornata: i libri di un certo impegno mentale andavano letti con la luce del sole che aiutava a far rilassare la mente e, fra questi, il suo preferito era di certo Democrazia ed Educazione dell'attivista Dewey, nel quale aveva ritrovato molti valori in cui credeva. I libri meno impegnativi, ma ugualmente corposi, potevano anche essere assaporati con la luce artificiale, durante il tardo pomeriggio, così si dedicava ai classici della letteratura venerando Pirandello, Moravia, Joyce, e Wilde; la sera, invece, poteva essere destinata solo al riposo, perciò leggeva il Topolino oppure libri di barzellette.
Di certo il suo momento preferito era la mattina. Non amava alzarsi presto, ma durante la primavera riusciva a vincere se stessa e ad uscire di casa al mattino, con il suo libro sotto braccio, una tuta sportiva, un giacchetto di jeans e una borsa dove nascondeva un pacchetto di sigarette e un accendino che dentro casa non utilizzava mai per non dar dispiacere ai suoi genitori, anche se loro, in realtà, conoscevano il suo segreto da sempre ma apprezzavano molto il rispetto che la loro figlia dimostrava.
Aveva appena vent'anni quando in un giorno di primavera, nel suo parco, seduta sulla solita panchina di granito, che gelava ancora della rugiada mattutina, leggeva il primo tomo dello Zibaldone di Leopardi che vantava più di un migliaio di pagine, tenute insieme da una copertina marrone scuro, interrotta a lato dall'adesivo bianco della biblioteca comunale, quando vide un ragazzo che, seduto in una panchina davanti a lei, fumava. Ginevra cercava di intuire qualcosa di quei passi, spesso troppo complessi anche per una lettura mattutina, ma spesso distraeva lo sguardo dai fogli per posarlo su quel ragazzo che, a prima impatto, aveva sicuramente qualche anno più di lei, e nella sua mente rimuginava "come si fa a sprecare così una bella mattina come questa? Sedersi al parco e fumare! Insomma è primavera tanto vale imbottire i propri polmoni di polline non di fumo" e con un'aria da signora vissuta di una certa età, alzò gli occhi al cielo per un istante come per imprecare e disse, senza rendersi conto che le sue corde vocali stavano vibrando "ah! Gioventù bruciata!". Solo dopo qualche secondo si rese conto che quel ragazzo la stava fissando con un viso tutt'altro che amichevole e due occhi verdi, appena visibili sotto l'ombra di un cappellino color grigio scolorito, che dicevano tutto senza emettere alcun suono. I loro sguardi rimasero in equilibrio per un po', come l' incontro tra dionisiaco e apollineo, da cui nacque la tragedia.
In realtà quell'incontro diede origine ad un amore.
Si rividero spesso in quel parco Ginevra con i suoi libri e lui Fabrizio, di soli 4 anni più grande, con il suo inseparabile pacchetto di sigarette. Erano molto simili, entrambi intelligenti e pieni di voglia di vivere, che dimostravano apertamente con le loro lunghe risate. Fabrizio sapeva il fatto suo, aveva scelto di lavorare e non di laurearsi, ma passava molto tempo sui libri e spesso dava delle dritte e dei consigli alla timida Ginevra che non riuscì mai a spiegarsi quel suo strano comportamento del giorno in cui si conobbero, se non con l'idea che la primavera le aveva di certo dato alla testa, ma non disse mai che fu un errore.
Tutti sostenevano che non c'era una coppia più bella, erano in perfetta sintonia, ma non come due gemelli, piuttosto come due fiumi che sfociano nello stesso mare e mescolano le loro acque e le loro sabbie. Non uscivano sempre assieme, si fidavano uno dell'altra, anche se qualche piccolo riflesso di gelosia era visibile nell'animo di entrambi.
Si amavano a dismisura, eppure dopo otto anni Ginevra eri lì in quel bagno grigio, della piccola casa di paese dei suoi genitori a stringere i denti e chiedersi "perché?".
E in realtà me lo stavo chiedendo anche io, poiché ero stata proprio io a rovinare ogni cosa, ma non credevo che tutto arrivasse fino a quel punto.
Avevo la stessa età di Ginevra, eravamo amiche, o almeno credo, ma ero meno fortunata con i ragazzi e meno ricercata in paese. Lei mi riempiva, in continuazione, la testa di dolci cavolate sul suo bel rapporto, troppo mielose da sentire e troppo amare da buttare giù. Sembravano Paolo e Francesca nel quinto canto dell'inferno e io Cerbero volevo dimostrarle che gli uomini erano tutti uguali, volevo disilluderla, spezzare il velo di maya, farle sentire la vita com'era realmente. Così una sera incontrai Fabrizio e quando mi avvicinai per salutarlo notai un forte odore di alcool e vidi che il suo corpo aveva qualche problema con la forza di gravità; quella era la mia occasione, la mia buona occasione! Mi gettai al suo collo facendo finta di aver bevuto e lo baciai.
Il resto è inutile scriverlo. Ginevra lo seppe dalle mie labbra. Non mi disse niente, fu la cosa peggiore. Da qualche parte, dopo alcuni anni, scrisse di me "fu come un ombra luccicante nella notte" ancora mi sentiva nei suoi pensieri profondi, non fui sicura di meritarli, ma ne fui estremamente felice.
Lui lo seppe dagli amici, che quella sera mi staccarono dal suo collo, mi diedero qualche spintone e con uno sguardo di sfida allontanarono lui, che nella più totale incoscienza sorrideva; e sorrisi anche io. Ma niente andò come avevo immaginato, niente si mise al posto giusto, io sconvolsi i tasselli di un mondo sovra-terreno: il mondo del destino. Il tempo aveva scritto, ora stava cancellando.
Dopo che ebbero parlato, soli nella camera da letto di Ginevra, ricoperta di foto e di, ormai vecchi, ricordi alle pareti, decisero in una sintonia di cui solo loro conoscevano la chiave di volta, che il loro sogno era finito lì. Non piansero. Fabrizio sentiva le sue colpe per non essere stato in grado di impedirmi quel bacio, e Ginevra era colpevole nel suo più intimo animo, di aver fatto conoscere me, meschina e spregevole, al suo amato. Come potevo io pensare che un solo bacio avrebbe portato alla rovina totale di un amore che durava ormai da quattro anni, anche se in molti erano convinti che durasse da sempre. Era solo uno stupido bacio, non capivo, non potevo capire. Il loro mondo era fatto di perfezione assoluta, soltanto loro erano in grado di deciderne i cambiamenti, e io lo avevo sconvolto per sempre, avevo fatto crollare le mura della loro città eterna; con un semplice bacio avevo riscritto la favola della Bella addormentata al contrario, facendola diventare un dramma.
Ginevra continuò a studiare si laureò con 103 e lasciò il paese per andare a lavorare come giornalista in un importante quotidiano nazionale. Nei bar del paese appesero i suoi primi articoli pubblicati. quasi tutti li avevano letti o conservati; io avevo fatto un'intera bacheca di ritagli come fosse un altare alla madonna. Passarono quattro anni e lei tornò.
A 28 anni era nel suo bagno a cercare risposte. Tutti sapevano perché Ginevra era tornata e l'intero paese era felice di riaverla lì; solamente lei non conosceva i suoi "perché". Quando rivide Fabrizio cominciò a tornarle in mente il loro discorso in quella stanza di pensieri vagabondi e di foto sprecate; non sapeva più niente, era passato tanto tempo e nessun:, dei due aveva cercato. di restaurare nulla. Dio era morto, si era andati oltre. Ginevra voleva farlo risorgere come il sole al mattino c, per la prima volta nella sua vita, pensava al futuro che non aveva avuto, pensava come sarebbe andata a finire tra di loro se io non fossi mai esistita. Lo pensavo anche io, lo pensavo ogni giorno e la mia unica risposta mi tormentava ogni istante: non sarebbe mai finita.
Fabrizio non aveva lottato per lei, in fondo non voleva un'altra occasione per farle del male; e Ginevra era fuggita via non voleva vivere una nuova storia nella paura e all'ombra di quella passata.
Il tempo per loro aveva scritto, aveva cancellato, e ora stava riscrivendo.
Ginevra capì i suoi "perché" solo quando io lasciai fluire il mio sangue limpido con il mio veleno, fuori dal letto delle vene.
In quel bagno stava cominciando a dubitare dell'unica certezza che tutti noi di quel piccolo paese avevamo sempre avuto: il loro amore; il suo sorriso immancabile ad ogni occasione e raggiante come il riflesso del sole sull'acqua del mare in estate, non era più quello di un tempo; il suo viso, perfetto nelle curve di una donna mediterranea come lei, assumeva troppo spesso un'espressione inquieta; i suoi pensieri, positivi e apprezzati da tutti, scivolavano nell'abisso più profondo del nulla e riaffioravano con inutili risposte che stavano distogliendo Ginevra dalle sue
infinite qualità.
Io, solo io, avevo iniziato tutto questo e io dovevo finirlo. Cancellai l'ultimo simbolo della lunga sofferenza di quell'amore manzoniano in cui io ero stata un "Innominato" incorruttibile nella sua meschinità e, con un coraggio ancora troppo vile da celebrare, lasciai il mondo, lasciai la vita e feci più spazio a chi lo meritava.
In un foglio scrissi : "di rimpianti si può morire, ma di ricordi si può vivere".
Ginevra e Fabrizio non rinunciarono, ma scelsero di essere una sola anima ma in due diversi mondi.
Il tempo per loro aveva scritto, aveva cancellato, e ora stava riscrivendo non più la stessa storia per entrambi, ma due destini diversi uniti da tante passate felicità.