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Il mostro del St.Laurence
Da quel momento non fu più lo stesso: la sua vita cambiò radicalmente.
Al St.Laurence di Londra il solito via vai di pazienti, medici ed infermieri; solo la sirena delle ambulanze scuoteva la monotonia delle giornate.
Steve Johnson, primario di medicina legale ed addetto alle autopsie, sezionava i cadaveri con precisione mostruosa; tutti i suoi colleghi lo stimavano.
Il 13 Novembre, una giornata molto calda nonostante il periodo, furono affidati a Steve tre casi: una morte accidentale, un incidente stradale ed un omicidio; quest'ultimo lo impauriva particolarmente: il morto proveniva dall'America e si chiedeva perché i familiari avessero voluto affidarlo precisamente a lui per scoprire la dinamica della morte. "Perché proprio a me?" La domanda continuò ad arroverargli il cervello per tutto il tempo, o almeno fino all'arrivo dei primo cadavere. In tutta la sua carriera aveva avuto sempre e solo a che fare con i morti, avendo così poco tempo per se stesso e per la famiglia (poco male, dato che ne perse le tracce dopo la laurea).
Pensava spesso ai suoi parenti, ma non aveva mai avuto il coraggio di passare sopra al suo orgoglio per ritrovarli, non riusciva a dimenticare le innumerevoli violenze subite da bambino e le altrettante umiliazioni (lo soprannominavano "il mostro" a causa di una malformazione congenita al viso). In ogni caso non avrebbe avuto il tempo di dedicarsi ad altro, al di fuori del suo mestiere, con cui aveva un rapporto di odio e amore: si rimproverava di non essersi specializzato come gli altri medici per poter almeno tentare di salvare in extremís le vite; dall'altro lato s'impegnava con tutto se stesso per scoprire le cause delle morti violente.
Il primo caso, la morte fortuita, vide in breve tempo esposto la sua díagnosi: emorragia celebrale ed un ragazzo di 25 anni lasciava questo mondo e la propria famiglia in balia del dolore più profondo; il secondo caso si presentava complesso e temibíle, almeno a giudicare dalle ustioni di 3° grado sparse nel 98% del corpo: un banale incidente e l'auto della donna, presumibilmente 36enne, prese immediatamente fuoco; riconoscerla sarebbe stata un'impresa impossibile
Quando guardò l'orologio vide che tra questi due casi perse un'intera gìornata, il che non gli dispiaceva perché il giorno dopo voleva dedicarsi interamente al misterioso caso venuto dall'America.
Quella notte non dormì: una marca di brutti pensieri resero il riposo insopportabile, cosicché decise di alzarsi dal letto per concedersi una camomilla fumante e della musica classíca, con la speranza di ritrovare un po' di pace e finalmente dormire.
Il suo piano funzionò a meraviglia: gli bastò poggiare la testa sul cuscino per cadere tra le braccia di Morfeo. Il giorno seguente si svegliò molto carico, pronto ad affrontare una nuova giornata con tutte le energie che richiedeva il caso.
Dopo una sostanziosa colazione ed una doccia calda, si recò al St.Laurence per dedicarsi al suo paziente; indossò il camice verde acqua, i guanti e la mascherina sterili e si diresse al reparto.
L'americano, vittima quasi sicuramente di un attentato, giaceva sul lettino in una posizione tale da farlo sembrare quasi un normale ammalato in attesa di una visita medica, e in effetti era praticamente così, l'unica differenza stava nello stato del paziente: deceduto. Quando Steve si avvicinò ad egli, un vortice cominciò a girargli nella testa: la persona stesa sulla lettiga somigliava in maniera impressionante a lui. Per un attimo pensò a quel fratello che lo scherniva davanti a tutti, quel fratello che aveva sempre odiato. Usci dalla stanza per recarsi all'archivio per verificare le generalità della vittima. Il riscontro fu terribile: Andrew Johnson, 34 anni, nato a Londra, nato da Simone Martins e Peter Johnson, gli stessi genitori di Steve, ossia le persone che aveva detestato per tutta la vita-Il battito del suo cuore si fermò per una frazione di secondo, ma a lui sembrarono ore: ripercorse in pochi attimi tutta la sua vita, anche se non era nemmeno degna di essere chiamata così, dopo tutte le mortificazioni ricevute da chi l'aveva messo al mondo. "Sei un mostro!", questa la frase che si sentì ripetere in continuazione, e che lo faceva ancora soffrire, anche dopo la brillante laurea in medicina legale e le varie soddisfazioni ricevute in campo individuale: aveva ottenuto diverse onorificenze dai migliori medici a livello mondiale, da adolescente giocava a pallavolo in serie A e vinse numerosi campionati, insomma non era affatto una nullità come veniva descritto dai suoi parenti. La malformazione al viso lo rendeva brutto, mai si sarebbe immaginato di dover fuggire agli oltraggi di chi avrebbe dovuto amarlo.
Tornò velocemente nella stanza pieno di rabbia, scaraventando suo fratello al suolo ed urlando finché non ebbe più aria nei polmoni; i colleghi si allarmarono e accorsero velocemente, trovando una scena cruenta: Steve inginocchiato sul cadavere con un coltello in mano, intento a flagellare quel corpo inerme, con violenza inaudita, tutta quella che aveva represso fino ad allora; i medici che assisterono all'episodio gli si avvicinarono cautamente, per poi afferrarlo da mani e piedi ed immobilizzarlo. L'unico modo per impedire qualunque scandalo ai danni dell'ospedale intero fu portarlo in una clinica psichiatrica lontana da Londra.
Ovviamente Steve non era pazzo: aveva solo bisogno di cure per evitare raptus di follia e soprattutto avrebbe avuto bisogno di esternare tutto il suo dolore e la sua rabbia. Passarono i mesi e Steve continuava a migliorare giorno dopo giorno, avvicinandosi sempre di più al momento in cui avrebbe lasciato quel posto triste e tetro, ma che gli fu utile più di ogni altra cosa.
Nell'estate dell'anno seguente, lui, uno dei migliori medici legali inglesi, guarì definitivamente: non si sentiva più "il mostro", come lo avevano sempre etichettato, ma sentì rinascere dentro la voglia di vivere e dedicarsi agli altri, continuando ad esercitare il lavoro di medico, ma iniziando anche ad operare nel campo del volontariato, in modo particolare con i bambini vittime di violenze, piccole creature che avevano avuto la sua stessa sfortuna ma dai quali, era certo, sarebbe riuscito a sviluppare menti intelligenti e uomini forti d'animo. Ancora príma, però, prese del tempo per se stesso, in cui maturò la decisione di ricostruire quel viso straziato dalla natura attraverso una plastica facciale; l'idea gli venne in quanto, dovendosi occupare di bambíni, mai avrebbe voluto che avessero paura di lui: i piccoli
dovevano avere vicine un viso rassicurante per sentirsi sicuri e protetti. L'intervento durò molte ore, ma le cicatrici scomparvero totalmente; dopo aver tenuto i bendaggi per alcuni mesi (durante i quali non poté vedere la luce del sole), lo stupore nel potersi guardare allo specchio senza timore fu immenso: era un uomo normale, un medico affermato e capace, un ottima guida per i fanciulli sfortunati.
L'appellativo “mostro”, impostogli fin da piccolo, finì nel dimenticatoio.
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