Racconto n°8: Quelle paste vendute in un bar
.::Nazareno Lutzu::.

Quelle paste vendute in un bar
Epurare liberare e umanizzare tese emozioni reprime innaturali orgogli

"Le sensazioni di una persona rispetto all'amore sono come le paste vendute in un bar, da mangiare insieme al cappuccino: fanno da corredo, completano il sapore di un gusto già di per sé compiuto, buono, al quale l'aggiunta di una nuova specialità, conferisce sfumature inconsuete, a volte decisive."
Su questa convinzione Eleuterio, diciassette anni da compiere, giovane ma non giovanile (camicie, cravatte, maglioni e scarpe allacciate erano il suo abituale vestiario), un metro e ottanta di statura, due gambe fuori allenamento, un ventre abbondante ma non ingordo, due braccia riluttanti a grandi pesi, mani esagerate e unghie lacerate, capelli castani sempre più uguali, occhi castani sempre più anonimi, appassionato di musica, filosofia e teatro, un cervello e una mentalità invecchiati troppo presto per la sua età, fondava gran parte delle sue pseudoteorie sull'amore, il sentimento dei sentimenti.
Erano rari i momenti in cui, preso da una inaspettata voglia di conoscenza, leggeva con assiduità: nonostante l'interesse, non riusciva ad evitare di pensare all'autore mentre scriveva l'opera; un pensiero che confinava la sua immaginazione ad uno stato di semilibertà mentale, di cui era cosciente, amareggiato ed inevitabilmente oppresso. Era come se delle paste vendute in un bar, fossero continuo richiamo all'idea della pasticciera mentre le preparava con cura e meticolosa attenzione.
Sulla musica faceva affidamento nei momenti più bui; non un brutto voto a scuola, per carità: di quel problema temporaneo alle scuole superiori era riuscito a liberarsi con più facilità, ma senza mai trascurarlo. Era nei periodi più soli, più riservati, che una successione di accordi suonati in un pianoforte, metteva in moto nella sua mente una serie ben definita di associazioni con cose o sensazioni: un Fa maggiore, ad esempio, gli inspirava fiducia, distensione; un Do, senso di semplicità, talora di solennità; un Mib magari leggerezza. Purtroppo il conoscere la musica sotto i suoi aspetti più tecnici e forse un po' meno poetici, rendeva l'ascolto di un brano un esame incessante di rapporti tra le note, di intervalli, dì contrappunto e quasi non più un piacevole svago uditivo. Ma tutto ciò era naturale, dopo che Eleuterio aveva ripreso a strimpellare da qualche anno una chitarra abbandonata in mansarda, regalatagli in terza elementare al compleanno dai genitori - padre modesto insegnante alle scuole medie, madre orgogliosa casalinga - e dopo che aveva seduto con il padre davanti al pianoforte color mogano. Un tempo si stava più seriamente appassionando alla batteria, strumento per sua natura movimentato, come lui stesso di rado era, ma lo aveva abbandonato dopo quattro anni di studio saltuario ed irregolare, nonostante possedesse un buon senso ritmico e discrete capacità d'improvvisazione. L'avventura del gruppo formato con il fratello, prima chitarra - all'epoca studente al liceo classico ora aspirante medico - e altri tre amici compaesani si era conclusa con uno strappo non solo musicale ma anche affettivo tra i due fratelli: il fratello metallaro e lui più "soft", sul rock-blues alla Clapton, avevano litigato per ragioni troppo futili per arrivare al non rivolgersi il saluto per quasi un anno di convivenza e in casa e nella scuola. Tuttavia la sua passione mai nascosta per tutto ciò che produceva suoni, era rimasta anche in quella fase adolescenziale nella quale era entrato senza i giusti requisiti.
Della filosofia, interesse nato sin dalla lezione d'introduzione allo studio della materia, che il suo insegnante aveva tenuto uno dei primi giorni della terza superiore, era rimasto colpito in maniera notevole: non capiva come una disciplina oltre che una scienza così universali e così utili alla società, potessero essere rilegate all'ostacolante ruolo di insegnamento puro e semplice e formale, il quale, a parer suo, era soffocante non solo per la filosofia stessa, ma soprattutto per i giovani che si interessavano a un tale strumento di conoscenza. Socrate, l'immortale maestro, il levatore di anime, ironico e spavaldo in un tempo, attento insegnante in un altro, era per lui il simbolo, l'idioma di un uomo tanto onesto e tanto coerente con il suo insegnamento, che, visto il mondo d'oggi, Eleuterio dubitava talvolta di una sua avvenuta esistenza, a diverse migliaia di chilometri di distanza, a diverse centinaia di secoli di distanza. Tuttavia per lui la filosofia non era un ricovero, ma un aiuto per ritrovare sé stesso e l'interiore esigenza di vivere. E poi il teatro. Del teatro poco sapeva, ma era affascinato da un ambiente tanto chiuso quanto libero da ogni appartenenza a qualcosa o qualcuno. Un luogo dove esprimere i propri pensieri, ad un pubblico non raffinato, non di classe, non elitario, ma indiscutibilmente diverso da quello che popolava le piazze, i palazzetti dello sport, gli stadi, ma anche da quello dei salottini piccolo e medio borghesi. Tuttavia gli mancavano i mezzi e le idee adeguate ed originali per poter quantomeno scrivere e comporre uno spettacolino senza grandi pretese.
Di tutte le sue passioni, più o meno velleitarie, paradossalmente non una riusciva a coincidere con la sua tremenda, per così chiamarla, conformazione caratteriale. Da bambino sino alle soglie dell'adolescenza, era considerato tra i più timidi se non il più timido della classe (definizione addossatagli dalle maestre e da qualche professoressa e condivisa per lungo tempo anche dalla madre). Il padre, rassicurante ed orgoglioso, lo definiva 'controllato' e di questo epiteto Eleuterio si era a volte servito nel ribattere a chi lo reputava troppo riservato o scontroso con persone con le quali, evidentemente, non voleva avere rapporti.
Nello stato e nel periodo in cui io, scrittore, prendo in considerazione la personalità di Eleuterio, stento a rintracciare aggettivi o attributi da appiccicargli come un'etichetta a tutti riconoscibile. Il suo porsi in maniera anti-conformistica era a sua volta paradossale, dato che il modo classicheggiante con il quale vestiva, risultava agli occhi delle persone un'innegabile segno di distinzione, diversità, differenza, da cui la maggior parte dei suoi coetanei o giù di lì, si guardava bene dall'accettarne l'estetica o dall'avvicinarsi ad un individuo vagamente inquietante. Di questo Eleuterio era più che consapevole, a volte persino orgoglioso, nella sua affollata solitudine di pensieri.
Sì, la solitudine:"una caverna nella quale entri quando sei nauseato o impaurito dal mondo che ti accerchia e allora ti scalda e ti custodisce come una culla". La sua prematura saggezza, a detta di molti presuntuosa ed ingiustificata, aveva come lato positivo il suo essere profondamente personale, mai urlata o in disperata ricerca di consenso, bensì un'analisi attenta e mai settaria di sé stesso e di una realtà della quale non ha mai capito tutto bene. Perciò si è sempre curato di non pretendere nulla in cambio da nessuno, poiché ogni sua affermazione era implicita espressione di una forte dose di personalità, una personalità tutto sommato autentica.
"Autentico": ecco, forse è questo l'unico attributo da poter addossare al nostro personaggio.
Oltre alla solitudine, il vero rifugio di Eleuterio, c'erano quelle ineffabili sensazioni, quelle paste da unire al cappuccino, che però il giovane non aveva avuto mai la voglia o la fortuna di incontrare faccia a faccia. No..., parlare di fortuna è cercare un'abile scorciatoia; parlare di voglia ancor di più. E' il coraggio, il coraggio di affrontare sé stesso: è questo che al giovane Eleuterio è sempre mancato. Avevano ragione le maestre? Oppure non avevano capito niente? Non si sa. Si potrebbe dire che il coraggio non è proprio dei guerrieri ma dei deboli: ebbene Eleuterio non era nemmeno questo. Le variopinte sfaccettature del suo temperamento possedevano l'incertezza tipica dei giovani non ancora formati e la chiarezza di chi intravede nell'offuscato abisso della propria anima, una minuscola lucettina chiamata "coscienza": essa illumina alcuni angolini di animo e ne trascura degli altri. Ha la capacità di mettere in risalto gli aspetti migliori di ogni individuo tra i quali spiccano l'orgoglio, l'interezza, la consapevolezza di essere unici. Ed erano questi aspetti che Eleuterio aveva saputo sviluppare per sé e per nessun altro, nascondendo gelosamente i molteplici volti della sua sola coscienza dall'indiscrezione altrui. Ciò che lo spingeva, o lo limitava, a non provare quelle desiderabili sensazioni era appunto il suo spiccato senso di originalità.
Non era stato sempre così: da piccolo si comportava come tanti, come tutti, ma era felice della sua immagine oppure neanche ci pensava; è cambiato tutto quando un'improvvisa ed inattesa maturazione mentale lo ha portato a separarsi da un'apparenza che tale restava e che non rendeva giustizia al suo vero modo di essere. Il cambiamento non è stato doloroso: è stata una sorta di audacia, rischiarata dalla coscienza, a dargli sostegno e consolazione nei momenti in cui il suo spirito, in precedenza così simile ai simili, si era liberato di ogni impronta stereotipata di conformismo. Vedersi più grande non era tra i suoi scopi: sentirsi essenzialmente diverso era la sua intima volontà.
Ed è in un quadro del genere, con la presa di coscienza, la lucidità dell'analisi, l'esperienza della diversità, che Eleuterio si trova a ricercare la normale esigenza di ciascun ragazzo in preda al cambiamento e alla crescita: l'amore. Una volta si era innamorato, in prima superiore, di una ragazza con la quale aveva parlato una o due volte, senza mai farle capire nulla, la quale però gli era rimasta, per così dire, nel cuore pertanto tempo; poi, scoperto che lei era già occupata, non si era premurato di ripensarci più di tanto ed aveva dimenticato, non senza dolore. In realtà non si trattò altro che di una banale cotta, la prima per Eleuterio che, spaesato e confuso, pensava già all'amore... Maturò l'idea che innamorarsi è un po' come parlare, diceva:-0 lo sai fare o è meglio tacere-. Non credeva di poter essere oggetto della minima attrazione per alcuna ragazza, sua coetanea o giù di lì: una volta, schiavo di un intenso desiderio, optò per l'attesa ad un'età più avanzata per potersi innamorare in maniera seria, di una donna. Ma il tempo non gli aveva concesso questo privilegio.
Se avesse saputo soltanto il nome della ragazza che iniziava ad animare le sue notti, nella camera contigua a quella vuota del fratello partito per l'università, con tutte le probabilità, avrebbe smesso di amare così profondamente una figura della quale spesso non aveva nessuna intenzione di scoprire qualcosa. Un'immagine. Sì, si era innamorato di un'immagine. Pertanto non necessitava di sapere anche un solo dettaglio della sua vita più normale: aveva avuto la perizia, non si sa se positiva o meno, di costruire attorno a quell'immagine per lui incantevole, una persona a tutti gli effetti, con i suoi attributi e i suoi difetti. Era diversa da lui: capelli scuri ricci mossi, con leggere sfumature bionde e rosse, i residui di qualche meche, alta quanto lui se non di più, un viso non soave o angelicato, ma di straordinaria quotidianeità; una quotidianeità di cui avrebbe voluto pregiarsi e che avrebbe voluto onorare con tutti i suoi sforzi, emotivi e pratici. Aveva costruito nient'altro che un'icona. I pensieri più suoi applaudivano fieri quel gesto, forse umanamente vigliacco, mentre le sue emozioni urlavano soccorso con disperazione, aspirando ad una concreta realizzazione di quel sogno. Un dualismo morale che ha dominato la storia dell'umanità e che ora fa la comparsa in Eleuterio, con una violenza pari solo a quella che avvertiva dagli sguardi irrisori della gente mentre lo vedeva per strada con il suo incedere personale, tranquillissimo.
Non sapeva di chi fidarsi: il pensiero, la ragione, quella razionalità che gli era sempre stata d'ausilio nella lotta contro l'avversa società conformistica, oppure le emozioni, con il loro pàthos, il loro carico di eventi, tristi o lieti che fossero. Un dubbio eterno, incalcolabile. Un punto in più alla ragione lo aveva dato sin da quando quel maestro sornione rna bravo di Socrate aveva attratto il suo interesse per la filosofia:-Quando agisco d'istinto, incontro un margine d'errore maggiore rispetto a quello che troverei ragionando, analizzando con cautela ogni singolo aspetto di ogni singola situazione-, confermava ai compagni che gli chiedevano la sua opinione riguardo l'intellettualismo etico. Però in certe situazioni la ragione ha davvero ben poche possibilità di risolvere i problemi dell'uomo e di un uomo in crescita còme Eleuterio. Contemplando fugacemente più aspetti possibili di quella figura che accendeva i suoi silenzi notturni, nei brevissimi istanti in cui poteva osservarla, si era accorto che un sobbalzo fisico, un battito del cuore, un flusso di sangue o cosa tutto avvenisse in quell'occasione, equivaleva ad un movimento dell'anima, uno spostamento delle sue attenzioni più nascoste verso quell'unica ed inesauribile fonte di tanto splendore. Quasi mai aveva creduto di non poter più resistere e di dover riferire a qualcuno le sue emozioni, se non addirittura di comunicarle all'interessata, come se si trattasse di una vecchia conoscenza. Qui era l'inghippo: il primo passo, il presentarsi. Bisognava farlo? E se sì, come? Se solo qualche mese prima avesse sospettato che un dubbio del genere potesse regnare le sue giornate, è lecito pensare che Eleuterio avrebbe fatto di tutto per distrarsi, pur di non cadere in uno scivolo ancora sconosciuto. Il diffìcile, per lui, non era tanto provare o provarci. Dopo tutti i suoi cambiamenti, ogni volta che intraprendeva anche un semplice discorso con una ragazza, aveva maturato la capacità, più o meno conveniente, di pensare l'interlocutrice ;come un'essere con cui si era confrontato quotidianamente; non riusciva, cioè, ad immaginare la persona che gli parlava come una possibile preda d'amore. Ciò era sì frutto di un'inesperienza mai dichiarata - talora sensibile - però anche di un profondo rispetto che Eleuterio nutriva per il sesso femminile e per la persistente posizione di subalternità riguardo a quella arrogante del sesso maschile. Oltre al timore di scoprire una persona diversa da quella che la sua mente aveva tinteggiato, il non essersi liberato di simili degenerazioni di umanità, provocava il brutto pensiero che se si osse presentato alla figura da lui desiderata, nel preciso istante in cui gli occhi di lui, tiepidi e inesperti, avessero incontrato gli occhi di lei, freschi e ignoti, tutto quel sentimento che andava maturando nel giovane si sarebbe esaurito in un tempo indecifrabile. Di tale paura i pensieri di Eleuterio non erano più immuni e le cellule che gestivano gli scambi
d'informazioni tra anima e cervello, nel periodo in questione, avevano fatto degli sforzi micidiali, mai visti. Se era vero dò che Eleuterio sosteneva, la ragione avrebbe dovuto dargli una mano e invece così non andava Le soffocate emozioni provavano a frustare in ogni modo e con ogni forza gli inermi palpiti celebrali del giovane indeciso e scettico. Nei momenti più soli, in balìa dell'incerto, si diceva:"Se riuscissi ad accumulare in un solo posto, nello stesso istante, tutte le lacrime che ho versato, potrei ricavarne una quantità d'acqua tale da poter lavare i pavimenti della mia anima, inumidire i miei sentimenti e lucidare le mie intatte sensazioni."
Stava capendo tuttavia che i dolori attraversati con la prima cotta erano stati troppo laceranti e sopportarne degli altri significava torturare lentamente ogni arto della sua emotività. Non c'era mai stato, a dir la verità, un momento in cui egli avesse detto si a sé stesso; ma da quando la decisione di farsi avanti, magari stupendo, a modo suo intrigando, si era fatta sempre più pressante, Eleuterio era riuscito a racimolare i suoi stanchi sforzi emotivi e a creare la giusta quantità di coraggio (o chiamatelo come meglio vi pare) per il grande salto.
La presentazione, trattandosi di Eleuterio, non poteva essere convenzionale ma scelta e, almeno a grandi linee, preparata, questo sì. Lui, tutto sommato, restava un calcolatore. Aveva in mente un gesto a modo suo clamoroso ma di ciò non aveva reso conto a nessuno, forse neanche così bene a sé stesso. In precedenza era riuscito a ricavare qualche informazione dagli spostamenti della ragazza, intuendone classe e luogo di provenienza, con un buon margine di sicurezza.
Rinunciando al consueto panino, era uscito dalla classe per la ricreazione e si indirizzava verso l'aula della ragazza pensando a cose inutili per alleggerire l'ansia (se sarebbe stato meglio tagliare i capelli dopo l'interrogazione di letteratura, cosa avrebbe preparato a pranzo sua madre la domenica successiva, perchè il battiscopa dei pavimenti della scuola è sempre meno ricercato dei pavimenti stessi, ed altro). Quando, senza preavviso, una mano sulla spalla sinistra: la grossezza del maglione grigio aveva reso possibile il riconoscimento di una mano non grande, discretamente calda, globalmente insicura. In un primo istante aveva pensato ad un compagno, il solito che non ti lascia mai solo, che si preoccupa di te quando meno dovrebbe. No. Intuire una figura alta quanto lui era semplice ed Eleuterio, almeno in questo, non si era sbagliato. I capelli scuri ricci mossi e quella quotidianeità che tanto ricercava, gli aveva fatto notare di aver perso, mentre lui pensava al piatto domenicale e al battiscopa, una penna nera; consumata a metà, il tappo morso più volte, di quelle penne che costano troppo per essere comprate, fatte per essere regalate senza impegno. Non ricordava alcuna penna nelle sue tasche sgombre e prima ancora di rispondere, era stato colto da un accenno di rabbia contro l'immagine che aveva preso i suoi stanchi sforzi, raccimolati in quel poco di coraggio, e li aveva restituiti al mittente con feroce timidezza. Gli aveva tolto un peso, quello del primo passo, ma gliene aveva affibiati altri due: quello del secondo passo e la rimozione dolorosa dei residui del suo coraggio. Attonito, non balbettava neanche per prendere in giro un vecchio compagno, eppure di fronte all'avvenimento aveva trattenuto quel "sì" d'ammissione sei o sette volte, prima di farlo uscire nella sua sillabica completezza.
In quegli attimi eterni, Eleuterio si era reso conto come ogni suo singolo sforzo, con le sue ansie e i suoi dubbi, non era servito a nulla. se non a sconvolgere i tenui equilibri della sua vergine emotività. Quell'accenno di rabbia poteva essere normale, comprensibile, ma era di una innaturalità palese, poiché avrebbe voluto scagliarsi contro la figura amata, la quale non era altro che una costruzione immaginaria della sua mente: avrebbe preso a schiaffi sé stesso. Simili pensieri avevano provocato, quasi per reazione, un cocktail di tutti quei sobbalzi fisici, tradotti come movimenti dell'anima, che si erano magnetizzati in un brivido attraversante l'asse del suo corpo, manifestatosi all'esterno con un tremolìo appena percettibile (un regalo al suo imbarazzo).
Infine, stravolto dalla felicità e assicuratosi di non essere un equivoco, giaceva in uno stato di confusione nel quale distingueva il fatto di esser vissuto nella convinzione che quell'immagine non avesse altre caratteristiche all'infuori di quelle che lui le aveva autonomamente attribuito. Aveva davanti una persona a tutti gli effetti e si chiedeva, data la situazione, se anche lei aveva per sé tessuto l'intreccio di pensieri e stati d'animo che lui per settimane intere aveva perfezionato; in quel momento però non importava più niente: c'era solo lei e nessuno sarebbe stato in grado di interrompere istanti così pieni di docile tensione che i due giovani stavano vivendo nella loro totalità. Non era vero. Lui non trattava così le penne. Accettando l'oggetto consumato, sorrideva senza mostrare i denti, sotto lo sguardo incredulo e felice di un bambino; e lei, tiepida ma genuina, attentava alla vita del suo più stupido orgoglio egoistico, che è proprio di chi non vuole nemmeno tastare la superficie dell'emozione.
Le sensazioni di Eleuterio rispetto all'amore erano diventate come le paste vendute in un bar, da mangiare insieme al cappuccino: facevano da corredo, completavano il sapore di un gusto già di per sé compiuto, buono, al quale l'aggiunta di nuove specialità conferiva sfumature inconsuete, quella volta decisive; il loro dolcissimo sapore aveva celato un contenuto fragile, ma accuratamente preparato; gustarle da sole avrebbe avuto ben poco senso; unirle al più classico, generoso ed unico dei sapori, aveva reso ogni sensazione la più concreta prova del valore dell'amore, il sentimento dei sentimenti.