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Seduta in quella minuscola poltroncina di tram, pensavo sempre alle stesse cose. La voce di Carol mi riecheggiava nella testa. Alcuni nascono uomini, altri angeli. E' il loro destino, non darti troppa pena.
Appoggiai i piedi sul corrimano e incrociai lo sguardo nello specchietto dell'autista che corrugò la fronte. Rimisi i piedi a terra. Non riuscivo a smettere di pensare a Marcie. Come aveva passato la giornata, se si erano accorti che non si era lavata le mani, se quel dente le faceva ancora male, se aveva ancora fame dopo cena, cosa avrebbe indossato l'indomani per andare a scuola. Non riuscivo a concentrarmi su altro. Avevo già tentato altre volte, senza risultato. Quella bambina continuava ad interrompere i miei pensieri. Provai ad immaginarmi Cole e fui invasa immediatamente da una sensazione di caldo sollievo. Sicuramente ora era in macchina, diretto verso quella casa color del miele al numero cinque di Smallstreet. Marcie lo aspettava forse alzata con i piedi nudi? Ecco che tornava ad occupare i miei pensieri. Le spalle mi facevano ancora male. Le prime piume saranno le più dolorose, mi aveva già avvertito Carol, farai meglio a metterci su del ghiaccio o quello spray della Pic. Mi appoggiai -lentamente e con delicatezza- allo schienale di plastica arancione. La mia fermata era la penultima. Non potevo arrabbiarmi con Marcie. E neanche con Carol. Era stato lui ad insegnarmi tutto, a trovarmi un appartamento vicino alla sua casa. A riconoscere il suono del suo respiro. A non cercare di avvicinarmi a lei, a non chiamarla per nome e ad evitare la strada per la scuola. Non potevo tenere fotografie, ciononostante mi bastava chiudere gli occhi per vederla saltare, correre, cadere, rialzarsi e cadere di nuovo. Era così fragile, piccola... avrei voluto poterla tenere sempre con me. Invidiavo Cole. A volte lo detestavo, come quando faceva tardi al lavoro e la lasciava da sola. L'autista frenò in modo brusco e mi riscossi. Avvertii una fitta alla scapola destra e per poco non caddi in avanti mentre scendevo gii scalini insieme a una vecchietta. Il tram ripartì ciondolando. Il vialetto era buio ma vidi lo stesso Froggy -la rana di pezza di Marcie- che giaceva in mezzo al roseto. Lei lo aveva lanciato il giorno prima dalla finestra e con una tale furia da fargli perdere un occhio. La raccolsi. Stavo quasi per cominciare ad invidiare anche Froggy quando qualcosa si mosse dalla finestra del terzo piano. Marcie era poco più che un ombra ma non potevo sbagliarmi. Non io che distinguevo la sua voce tra milioni di voci, non io che riconoscevo le sue impronte sul marciapiede.
Stava aprendo la finestra. La maniglia era tutta arrugginita e la vidi fare una smorfia di concentrazione sporgendo la punta della lingua dalle labbra tirate. Rimasi per un attimo quasi ipnotizzata. Poi corsi, strattonando la rana di pezza. Sapevo che la rampa del terzo piano era ancora bagnata e che la donna delle pulizie si era nascosta in cantina per fumarsi la sua solita sigaretta. Avrei avuto un bel da gridare, e anche se avesse potuto sentirmi, non sarei stata che un eco nella sua mente. Il vialetto terminava con un cancelletto. Non lo vidi nemmeno. Raggiunsi il muro esterno e alzai lo sguardo alla finestra. Marcie stava guardando giù tendendo una manina verso il vuoto. Non poteva riconoscermi ma non avrei esitato neanche con un lampione puntato in faccia. Strepitai, mentre i polmoni mi bruciavano, «Marcie, non muoverti!» e nello stesso istante vidi con nitidezza e raccapriccio la maniglia d'ottone alla quale era appoggiata piegarsi e cedere. Sul volto di Marcie si dipinse uno sguardo stupito, poi gridò come solo una bambina di cinque anni può gridare e mi sentii scoppiare le orecchie. Corsi in avanti, caddi distesa, mi graffiai le mani e i gomiti e mi trascinai in avanti. Avvertii qualcosa di caldo iniziare a scorrermi lungo la schiena e mi puntellai per alzarmi in piedi. Marcie si teneva con un solo braccio al davanzale e la sua mano sudata perse la presa lasciando una lieve impronta sul marmo bianco. La sua camicetta azzurra svolazzò nel buio e non un suono le sfuggì di bocca. Alzai le braccia senza guardare in alto.
La Station Wagon grigia di Cole scelse quel momento per imboccare il vialetto. Sulle prime non vide nulla. Le lucine da giardino erano saltate dopo l'ultimo temporale estivo. Poi distinse qualcosa sul prato e spalancò la portiera, dimenticando di levarsi la cintura che lo strattonò puntualmente, risbattendolo al suo posto. Lo sentii urlare il nome di Marcie, lo compatii perché era stravolto e con la cravatta di traverso, lo odiai perché era di nuovo in ritardo e lo invidiai perché avrebbe potuto strapparmela di dosso e abbracciarla lì in ginocchio nell'erba umida.
Cercai di tirarmi su. Qualcosa mi sfiorava il viso con delicatezza. Mi sentivo svuotata e debolissima. Cole raccolse Froggy con la mano libera. «E questa come ci è arrivata qua?» rise fra le lacrime mostrandola a Marcie che rise a sua volta. «E' stata lei.» disse indicandomi con un sorrisetto furbo «E' stata l'angela bionda.». In certi casi la grammatica può andare a farsi fottere. Io le sorrisi con stanchezza. Mi dispiace Marcie, lui non può vedermi. Cole guardò Marcie come se la vedesse per la prima volta, poi lasciò che un'altra lacrima gli scendesse per le guance. «Non si dice angela, si dice angelo.».
Mi rialzai con uno sforzo tremendo e finalmente capii che cosa mi era successo. Le mie ali brand new avevano attutito la caduta di Marcie pagando a caro prezzo la loro nascita. Non riuscivo a vedermi bene, ma ero quasi certa che dalla spalla destra non spuntava che un moncherino, mentre dalia sinistra nessuna notizia. Cole e Marcie si stavano avviando verso il portone. Gli osservai a lungo finché Cole non girò la chiave tenendo per mano la bambina. Marcie si girò un'ultima volta, un mezzo sorriso all'angolo della bocca. Agitai una mano e mi appoggiai un dito sulle labbra. Lei socchiuse gli occhi con aria birichina, annuì ed entrò finalmente in casa. Mi voltai anch'io in direzione della casa di Carol. Quella sera avrebbe dovuto tirare fuori la sua scorta di cerotti.
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