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“È proprio vero che
a Natale gli uomini sono tutti più buoni”. A parlare
è un bel maialetto che dalla mattina alla sera non vede
altro che cibo. Cibo, cibo, solo cibo: “È proprio
una pacchia, non vedo l’ora che arrivi il 25 per tornare
dai miei parenti. Ci starò un po’ di tempo…
È dallo scorso Natale che non li vedo…”. Infatti
ci tornerà, ma non come intende e crede lui: tornerà
con un abito speciale, profumato di rosmarino e salvia e con una
bella abbronzatura. Niente male vero?
Eh si, in ricordo di Gesù e della sua nascita, in ricordo
di quel bue e di quel asinello che lo ripararono dal gelo, il
povero maialetto finirà tenero tenero nella bocca di milioni
di persone. Persone che lo stesso giorno sono andate in chiesa,
hanno pregato il loro dio e le sue creature. Eppure, tornate a
casa, finiscono di preparare quel tenero essere, creato proprio
dal loro dio, aggiungendo una manciata di sale e di spezie. Il
nostro dolce maialino (più salato che dolce…) è
costretto a subire perennemente le ingiurie perpetrate a lui ed
ai suoi compagni di sventura da un padrone un po’ troppo
padrone, cieco quasi sempre alle ingiustizie tra specie, e un
po’ meno (ma non troppo) a quelle tra razze.
Il Natale deve essere un momento in cui si lasciano da parte le
ingiustizie e le crudeltà (…per riprenderle già
dal giorno dopo?...) e si vive teneri e felici, festeggiando la
venuta di Dio sulla terra. Purtroppo, però, solo pochi
nel mondo possono vivere il Natale così, e non per via
di un contrasto tra fedi religiose: i ricchi, gli occidentali,
festeggeranno con il tradizionale scambio dei doni (simbolo di
amicizia e amore o solo di puro consumismo?) e con un bel pranzo
a base di Coca-Cola e carne, principalmente di un maiale obbligato
a mangiare per ingrassare, così da essere più sostanzioso;
invece i più poveri, gli abitanti del terzo mondo festeggeranno
il Natale nelle fabbriche di giocattoli o di cianfrusaglie varie,
nelle fabbriche della Coca-Cola e in quelle di mangimi per bestiame,
in modo da riuscire a portare, dopo 12 ore di lavoro (…i
più fortunati…), almeno un brodo caldo a casa (…quale
casa?). Ecco come “festeggiano” nel sud del mondo.
È bello però il Natale: basta chiudere gli occhi
e tenere spenta la televisione per non ricordarsi di chi è
dietro quel monitor, magari che ride felice perché qualcuno
di “Emergency”, di “Medici senza frontiere”
o di qualche altra associazione di medici volontari gli ha regalato
una protesi.
Non dimentichiamo i barboni che muoiono soli e congelati sotto
i ponti di tutta l’Europa e degli Stati Uniti. Non dimentichiamo
tutti quelli che vivono nelle case rischiando lo sfratto perché
non possono permettersi l’affitto. Non dimentichiamo tutti
coloro che occupano un locale abbandonato per riparare dal freddo
i propri figli e che rischiano una “missione punitiva”
delle forze dell’ordine a suon di manganellate.
E non dimentichiamoci dei nostri amici animali, uccisi ogni ora
del giorno, e che a Natale aumentano, perché tutti quelli
che se lo possono permettere compreranno un bel porcetto da arrostire
in famiglia, felici e contenti. E dopo aver scartato i regali,
i bambini (ignari della loro fortuna rispetto ad altri) andranno
subito alla finestra a far volare l’aereo telecomandato
appena ricevuto, mentre qualche metro più sotto ci sarà
un povero disgraziato a piangere con la sua famiglia.
Il Natale deve essere un momento per pensare agli altri, ai meno
fortunati per motivi di razza, religione, continente o specie.
Non devono essere né un albero addobbato né un presepe
ad offuscare la tristezza e le sfortune più atroci di esseri
viventi che aspettano da sempre (e probabilmente invano) che arrivi
il Natale anche per loro…
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