Un Natale per tutti, non solo per pochi fortunati
.::Davide Cusseddu - 24 Dicembre 2004::.

“È proprio vero che a Natale gli uomini sono tutti più buoni”. A parlare è un bel maialetto che dalla mattina alla sera non vede altro che cibo. Cibo, cibo, solo cibo: “È proprio una pacchia, non vedo l’ora che arrivi il 25 per tornare dai miei parenti. Ci starò un po’ di tempo… È dallo scorso Natale che non li vedo…”. Infatti ci tornerà, ma non come intende e crede lui: tornerà con un abito speciale, profumato di rosmarino e salvia e con una bella abbronzatura. Niente male vero?
Eh si, in ricordo di Gesù e della sua nascita, in ricordo di quel bue e di quel asinello che lo ripararono dal gelo, il povero maialetto finirà tenero tenero nella bocca di milioni di persone. Persone che lo stesso giorno sono andate in chiesa, hanno pregato il loro dio e le sue creature. Eppure, tornate a casa, finiscono di preparare quel tenero essere, creato proprio dal loro dio, aggiungendo una manciata di sale e di spezie. Il nostro dolce maialino (più salato che dolce…) è costretto a subire perennemente le ingiurie perpetrate a lui ed ai suoi compagni di sventura da un padrone un po’ troppo padrone, cieco quasi sempre alle ingiustizie tra specie, e un po’ meno (ma non troppo) a quelle tra razze.
Il Natale deve essere un momento in cui si lasciano da parte le ingiustizie e le crudeltà (…per riprenderle già dal giorno dopo?...) e si vive teneri e felici, festeggiando la venuta di Dio sulla terra. Purtroppo, però, solo pochi nel mondo possono vivere il Natale così, e non per via di un contrasto tra fedi religiose: i ricchi, gli occidentali, festeggeranno con il tradizionale scambio dei doni (simbolo di amicizia e amore o solo di puro consumismo?) e con un bel pranzo a base di Coca-Cola e carne, principalmente di un maiale obbligato a mangiare per ingrassare, così da essere più sostanzioso; invece i più poveri, gli abitanti del terzo mondo festeggeranno il Natale nelle fabbriche di giocattoli o di cianfrusaglie varie, nelle fabbriche della Coca-Cola e in quelle di mangimi per bestiame, in modo da riuscire a portare, dopo 12 ore di lavoro (…i più fortunati…), almeno un brodo caldo a casa (…quale casa?). Ecco come “festeggiano” nel sud del mondo.
È bello però il Natale: basta chiudere gli occhi e tenere spenta la televisione per non ricordarsi di chi è dietro quel monitor, magari che ride felice perché qualcuno di “Emergency”, di “Medici senza frontiere” o di qualche altra associazione di medici volontari gli ha regalato una protesi.
Non dimentichiamo i barboni che muoiono soli e congelati sotto i ponti di tutta l’Europa e degli Stati Uniti. Non dimentichiamo tutti quelli che vivono nelle case rischiando lo sfratto perché non possono permettersi l’affitto. Non dimentichiamo tutti coloro che occupano un locale abbandonato per riparare dal freddo i propri figli e che rischiano una “missione punitiva” delle forze dell’ordine a suon di manganellate.
E non dimentichiamoci dei nostri amici animali, uccisi ogni ora del giorno, e che a Natale aumentano, perché tutti quelli che se lo possono permettere compreranno un bel porcetto da arrostire in famiglia, felici e contenti. E dopo aver scartato i regali, i bambini (ignari della loro fortuna rispetto ad altri) andranno subito alla finestra a far volare l’aereo telecomandato appena ricevuto, mentre qualche metro più sotto ci sarà un povero disgraziato a piangere con la sua famiglia.
Il Natale deve essere un momento per pensare agli altri, ai meno fortunati per motivi di razza, religione, continente o specie. Non devono essere né un albero addobbato né un presepe ad offuscare la tristezza e le sfortune più atroci di esseri viventi che aspettano da sempre (e probabilmente invano) che arrivi il Natale anche per loro…