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28 Aprile 2005,
ore 16. Forum Fnac, Torino. Abbiamo intervistato i Marlene Kuntz
durante e dopo la presentazione del loro sesto album, Bianco sporco,
e della loro prima biografia autorizzata, Marlene Kuntz. Visione
distorta.
Per chi non li conoscesse, i MK sono da tempo uno dei piú
interessanti gruppi sulla scena musicale alternativa italiana.
Vengono da Cuneo e da quindici anni ormai percorrono in lungo
e in largo la penisola, scuotendo folle di fans, stregate dal
loro noise rock di grande impatto. Intricati tappeti sonori di
chitarre distorte, ritmiche pulite e decise, testi ricercati e
graffianti: queste le loro caratteristiche distintive.
Dopo il folgorante esordio discografico nel 1994 con Catartica,
i Marlene hanno goduto di molta visibilità nel 2000, grazie
alla partecipazione di Skin (ex Skunk Anansie) alle voci e al
video de La canzone che scrivo per te. Segnaliamo anche un live,
H.U.P. Live in Catharsis 999, e due mini-album, Come di sdegno
e Fingendo la poesia.
Insomma, c’è già molta carne sul fuoco, tanto
da legittimare questa biografia che, come ci dice la curatrice
Chiara Ferrari, si propone di ricostruire la storia personale
e artistica della band e dei suoi componenti, attraverso tre sezioni
tematiche (dette “Spore”, cosí come i MK chiamano
le loro improvvisazioni ‘feconde’, quando ancora sono
allo stato ‘embrionale’) intitolate “Idea MK”,
“Musica MK” e “Stile MK”. Nelle pagine,
illustrate da numerose fotografie e disegni d’autore, si
ritrovano luoghi, atmosfere, personaggi, viaggi, suggestioni musicali
e letterarie dei Marlene, con inoltre un’appendice dedicata
all'analisi stilistica di nove testi rappresentativi della produzione
poetica del cantante-chitarrista-autore Cristiano Godano, accompagnati
dal commento dell'autore. |
Riccardo
Mura: Cosa ti ha spinto a scrivere questa biografia? Quale approccio
hai scelto per raccontarla?
Chiara Ferrari. Ho deciso di scrivere la biografia dei MK non
tanto per raccontare la vita di ciascuno di loro, quanto piuttosto
per descrivere il loro percorso musicale. Le loro caratteristiche
rilevanti sono la ricerca sui testi e le improvvisazioni musicali,
quelle che hanno definito “spore”. Da questo progetto
è sortita una biografia intitolata "Marlene Kuntz.
Visione distorta", che è un libro di molte voci. Tutto
ciò che può parlare di questo progetto musicale
ha infatti diritto d’espressione. Tutte le storie che fanno
parte di questa biografia sono qui per suggerire un'ambientazione,
un’immagine, un paesaggio che si dipana per fotogrammi,
scorci, frasi, scritture e note che ci raccontano la storia che
c’interessa, evitando la tipica pesantezza di certe biografie.
La “visione” è individuale e personale, mentre
la “distorsione” è nello stile dei Marlene
Kuntz.
RM: Immagino che il
titolo sia subito piaciuto anche a voi…
Cristiano Godano. A me è piaciuto perché innanzitutto
è possibile che la stessa visione che Chiara ha avuto di
noi sia distorta, e questo pensiero è di per sé
affascinante: sebbene noi l’abbiamo autorizzata, può
essere che nella realtà noi ci discostiamo da tutto! Ma
può anche esserci stato un gioco contrastivo da parte sua,
di significato oltre che di suoni, che allude al fatto che nella
nostra musica c’è una componente distorta, e i timbri
delle chitarre non risparmiano certo questo gioco.
Luca Bergia (Batterista). Sulla distorsione mi piace il fatto
che raccolga molti punti di vista diversi.
Riccardo Tesio (Primo chitarrista). Mi viene da pensare anche
ai testi delle nostre canzoni che, piú ancora di quella
narrativa, hanno una componente visiva, immaginifica. Abbiamo
anche fatto un disco che s’intitola Che cosa vedi, che gioca
proprio su questo, e poi suona bene accostato al titolo dell’ultimo
CD, Bianco sporco: bianco è un colore, quindi qualcosa
che si vede, ma sporcato, dunque non puro.
RM: Ecco, “Bianco
sporco”… Che cosa vi ha indotto a battezzare cosí
la vostra ultima creazione?
C.G. Questo disco è bianco perché i personaggi che
lo popolano sono bianchi come fantasmi, come la testa di manichino
in polistirolo che appare nella copertina. È bianco sporco
perché il lenzuolo che li avvolge non è immacolato.
E anche perché il bianco è definito a volte come
assenza di colori, altre volte come somma di tutti i colori, e
poi suggerisce le idee di nascita, rinascita, morte, purezza,
innocenza, silenzio, rivelazione, illuminazioni. Infine questo
disco è bianco perché celebra il pudore, e quando
lo fa spudoratamente… si sporca.
RM: Bianco sporco si
può forse considerare come una sintesi della vostra intera
opera. Una sintesi ben riuscita, visto che ha avuto il potere
di scomodare vari critici musicali, tra cui vecchi lupi come Riccardo
Bertoncelli. Inoltre è stato ben accolto dal pubblico e
la permanenza in classifica è lusinghiera. Secondo voi
a cosa è dovuto questo successo?
C.G. Forse è dovuto proprio al fatto che è il piú
completo. Rappresenta l’approdo delle nostre ricerche. Ricerche
intraprese da tempo –parlo di musica condita da arrangiamenti
di archi, violini ecc.–, in particolare da "Che cosa
vedi in poi", ma personalmente anche da molto prima…
Infatti, non bisogna dimenticare che prima di essere musicisti,
siamo stati degli ascoltatori, e in quella fase le nostre fascinazioni
hanno avuto molto a che fare con queste sonorità. Perché
è pur vero che sono un fanatico dei Sonic Youth, ma lo
sono anche di Neil Young, il quale non ha mai abituato il suo
pubblico a uno stile musicale: ogni disco ha sempre rappresentato
una sorta di mossa sconcertante per il suo pubblico, non ha mai
fatto nulla di prevedibile, e poi in buona parte della sua produzione
la presenza di archi è cospicua.
RM: Dopo il divorzio
dal bassista Dan Solo, la vostra formazione si è ristretta
a tre elementi, ‘costringendo’ il vostro produttore
Gianni Maroccolo a fare gli straordinari con le quattro corde.
Ma vedo che non è l’unico collaboratore illustre…
Sí, sicuramente Gianni ci ha messo del suo, dandoci una
marcia in piú. Poi è stato fondamentale l’apporto
dell’altro PGR, Giorgio Canali, che ha curato la registrazione
delle voci, e di Rob Ellis, produttore di PJ Harvey, arrangiatore
di archi e tastiere. Senza dimenticare il missaggio sopraffino
di Victor Van Vugt, produttore di Nick Cave. Va però detto
che, se per un verso abbiamo puntato in alto, dall’altro
abbiamo percorso umili sentieri, con risultati eccellenti in ambedue
i casi. Bisognerebbe infatti sottolineare la nostra decisione
di registrare a Cuneo, coinvolgendo Riccardo Pallavicini e il
suo sconosciuto studio di registrazione. Scelta che si è
rivelata azzeccata, perché in questo modo abbiamo avuto
la possibilità di collaborare con le persone con cui ci
troviamo veramente bene, riuscendo allo stesso tempo a contenere
tutta una serie di spese relative alla gestione e alla registrazione.
RM: Si mormora che Rob
Ellis vi accompagnerà anche in questo tour?
C.G. Sí. Peccato soltanto che sia arrivato solo cinque
giorni prima dell’inizio del tour, non potendo quindi dare
il suo tocco magistrale alle musiche. Non abbiamo avuto modo di
sperimentare versioni particolarmente rivoluzionarie, anche perché
Rob si è sorpreso (e preoccupato) nello scoprire che le
strutture dei nostri brani sono piú complesse di quel che
sembra. Ma alla fine si è inserito benissimo anche nei
pezzi vecchi, mentre in quelli nuovi gestirà le atmosfere
che ha arrangiato con una tastiera che riproduce certi suoni e
altri li inventa; poi farà la seconda voce e suonerà
le maracas, come ha già fatto nell’incisione di "A
chi succhia", dando alla canzone una svolta decisiva: pensavamo
che non sarebbe mai venuta come volevamo e invece quella sua pennellata
di maracas in controtempo sul basso ha dato quel qualcosa in piú.
Sono rari i musicisti come lui, che con un semplice gesto riescono
a far decollare un pezzo che stenta a librarsi in volo.
RM: Alcune recensioni
hanno salutato Bianco sporco come un ritorno alla “diritta
via ch’era smarrita”. Come rispondete a proposito?
C.G. Beh, credo si alluda a "Che cosa vedi" e a "Senza
peso". Non vorrei sembrare laconico, ma non credo che ci
sia stata questa parentesi di non-ricerca sui testi e sulle musiche:
abbiamo profuso tutte le nostre energie per quegli album cosí
come per quest’ultimo. È legittimo, da parte di alcuni,
non sentire la stessa mia sensazione, ma posso assicurare di non
essermi affatto risparmiato. Ogni album cerchiamo di riproporci,
di proporre innanzitutto a noi stessi argomenti nuovi, tendendo
a non ripeterci. Poi ci sono quelli che criticano i musicisti
piú per l’immagine che per ciò che suonano
e cantano… ma su questi non spreco neanche la polemica…
è una caratteristica peculiare di un certo pubblico italiano…
RM: Ancora su Bianco
sporco. Sembrano esserci delle vaghe allusioni a Nick Cave, poi
citate un verso di Guido Gozzano… ma, soprattutto, cosa
vi ha spinto a musicare uno stralcio de "La cognizione del
dolore" di Carlo Emilio Gadda?
C.G. Beh, le allusioni a Nick Cave sono volute, cosí come
la rispettosa citazione di Gozzano. Mentre per quanto riguarda
Gadda, quello che mi ha rapito del protagonista del suo romanzo
inconcluso è il suo problema, il problema che lo pervade
per tutte le pagine: il rapporto difficile con la figura materna.
Poi Gadda è straordinario per la sua capacità di
gestire a piú livelli i registri letterari, in un modo
tanto caotico quanto alienato allo stesso tempo. Lui è
il tipo di scrittore che ti viene da immaginare mentre scrive,
mentre controlla il flusso vulcanico di emozioni che lo assale,
perché ha una scrittura che deborda, tanto creativa quanto
sorprendente. "La cognizione del dolore" è una
non-storia, perché in realtà non succede nulla,
ma quelle pagine hanno crescenti emotivi pazzeschi, specialmente
quello alla fine del penultimo capitolo, dove puoi davvero immmaginarti
questo debordare delle parole, inarrestabile e ineluttabile come
quello di un battello che vuole fermarsi ma non ce la fa perché
l’acqua lo porta via. Mentre registravamo leggevo il libro
e questa è l’immagine che piú si è
impressa in me, che mi ha portato a far debordare un po’
di quelle parole sulla nostra musica.
RM: Sicuramente simili
esperimenti linguistici sono arditi. Ascoltando "La vampa
delle impressioni", un testo d’indubbio valore poetico
che tu reciti in "Come di sdegno", mi sono chiesto se
ti considerassi anche poeta, oltre che musicista, e se avresti
l’intenzione di pubblicare dei testi…
C.G. Veramente no, non ci ho proprio pensato, ma non credo lo
farò. Quando scrivo, scrivo delle canzoni. Ma è
lusinghiero che tu mi veda come poeta. In effetti sono molto legato
a "La vampa delle impressioni".
RM: La rabbia che si
sente spesso nei vostri testi è in qualche modo connessa
alla bellezza che dite di cercare ovunque? Cioè, la vanità
di questa vostra ricerca è la causa della frustrazione
e della crudeltà delle vostre musiche e parole?
C.G. Se ti riferisci al verso di "Bellezza", devo risponderti
di no, anche se è un punto di vista stimolante, che m’incuriosisce.
Mi piace pensare che tu ci abbia girato intorno e abbia trovato
questo tipo di conclusione, perché creare qualcosa che
è aperto alle interpretazioni di tutti è una delle
cose piú belle dell’arte. Però il progetto
artistico di quel pezzo non è nato tanto dall’idea
della bellezza, ma piuttosto dalla volontà di enucleare
nelle strofe una serie di situazioni piú completa possibile,
dall’abiezione alla massima espressione spirituale di sé,
attraverso cui riuscire a dire che in qualsiasi condizione si
viva si cerca la bellezza. È evidente però che,
in quanto artista, credo di condurre un’instancabile ricerca
della bellezza.
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