Alla ricerca della bellezza sporca: Intervista ai Marlene Kuntz
.::Riccardo Mura - 6 Giugno 2005::.

28 Aprile 2005, ore 16. Forum Fnac, Torino. Abbiamo intervistato i Marlene Kuntz durante e dopo la presentazione del loro sesto album, Bianco sporco, e della loro prima biografia autorizzata, Marlene Kuntz. Visione distorta.
Per chi non li conoscesse, i MK sono da tempo uno dei piú interessanti gruppi sulla scena musicale alternativa italiana. Vengono da Cuneo e da quindici anni ormai percorrono in lungo e in largo la penisola, scuotendo folle di fans, stregate dal loro noise rock di grande impatto. Intricati tappeti sonori di chitarre distorte, ritmiche pulite e decise, testi ricercati e graffianti: queste le loro caratteristiche distintive.
Dopo il folgorante esordio discografico nel 1994 con Catartica, i Marlene hanno goduto di molta visibilità nel 2000, grazie alla partecipazione di Skin (ex Skunk Anansie) alle voci e al video de La canzone che scrivo per te. Segnaliamo anche un live, H.U.P. Live in Catharsis 999, e due mini-album, Come di sdegno e Fingendo la poesia.
Insomma, c’è già molta carne sul fuoco, tanto da legittimare questa biografia che, come ci dice la curatrice Chiara Ferrari, si propone di ricostruire la storia personale e artistica della band e dei suoi componenti, attraverso tre sezioni tematiche (dette “Spore”, cosí come i MK chiamano le loro improvvisazioni ‘feconde’, quando ancora sono allo stato ‘embrionale’) intitolate “Idea MK”, “Musica MK” e “Stile MK”. Nelle pagine, illustrate da numerose fotografie e disegni d’autore, si ritrovano luoghi, atmosfere, personaggi, viaggi, suggestioni musicali e letterarie dei Marlene, con inoltre un’appendice dedicata all'analisi stilistica di nove testi rappresentativi della produzione poetica del cantante-chitarrista-autore Cristiano Godano, accompagnati dal commento dell'autore.

Riccardo Mura: Cosa ti ha spinto a scrivere questa biografia? Quale approccio hai scelto per raccontarla?
Chiara Ferrari. Ho deciso di scrivere la biografia dei MK non tanto per raccontare la vita di ciascuno di loro, quanto piuttosto per descrivere il loro percorso musicale. Le loro caratteristiche rilevanti sono la ricerca sui testi e le improvvisazioni musicali, quelle che hanno definito “spore”. Da questo progetto è sortita una biografia intitolata "Marlene Kuntz. Visione distorta", che è un libro di molte voci. Tutto ciò che può parlare di questo progetto musicale ha infatti diritto d’espressione. Tutte le storie che fanno parte di questa biografia sono qui per suggerire un'ambientazione, un’immagine, un paesaggio che si dipana per fotogrammi, scorci, frasi, scritture e note che ci raccontano la storia che c’interessa, evitando la tipica pesantezza di certe biografie. La “visione” è individuale e personale, mentre la “distorsione” è nello stile dei Marlene Kuntz.

RM: Immagino che il titolo sia subito piaciuto anche a voi…
Cristiano Godano. A me è piaciuto perché innanzitutto è possibile che la stessa visione che Chiara ha avuto di noi sia distorta, e questo pensiero è di per sé affascinante: sebbene noi l’abbiamo autorizzata, può essere che nella realtà noi ci discostiamo da tutto! Ma può anche esserci stato un gioco contrastivo da parte sua, di significato oltre che di suoni, che allude al fatto che nella nostra musica c’è una componente distorta, e i timbri delle chitarre non risparmiano certo questo gioco.
Luca Bergia (Batterista). Sulla distorsione mi piace il fatto che raccolga molti punti di vista diversi.
Riccardo Tesio (Primo chitarrista). Mi viene da pensare anche ai testi delle nostre canzoni che, piú ancora di quella narrativa, hanno una componente visiva, immaginifica. Abbiamo anche fatto un disco che s’intitola Che cosa vedi, che gioca proprio su questo, e poi suona bene accostato al titolo dell’ultimo CD, Bianco sporco: bianco è un colore, quindi qualcosa che si vede, ma sporcato, dunque non puro.

RM: Ecco, “Bianco sporco”… Che cosa vi ha indotto a battezzare cosí la vostra ultima creazione?
C.G. Questo disco è bianco perché i personaggi che lo popolano sono bianchi come fantasmi, come la testa di manichino in polistirolo che appare nella copertina. È bianco sporco perché il lenzuolo che li avvolge non è immacolato. E anche perché il bianco è definito a volte come assenza di colori, altre volte come somma di tutti i colori, e poi suggerisce le idee di nascita, rinascita, morte, purezza, innocenza, silenzio, rivelazione, illuminazioni. Infine questo disco è bianco perché celebra il pudore, e quando lo fa spudoratamente… si sporca.

RM: Bianco sporco si può forse considerare come una sintesi della vostra intera opera. Una sintesi ben riuscita, visto che ha avuto il potere di scomodare vari critici musicali, tra cui vecchi lupi come Riccardo Bertoncelli. Inoltre è stato ben accolto dal pubblico e la permanenza in classifica è lusinghiera. Secondo voi a cosa è dovuto questo successo?
C.G. Forse è dovuto proprio al fatto che è il piú completo. Rappresenta l’approdo delle nostre ricerche. Ricerche intraprese da tempo –parlo di musica condita da arrangiamenti di archi, violini ecc.–, in particolare da "Che cosa vedi in poi", ma personalmente anche da molto prima… Infatti, non bisogna dimenticare che prima di essere musicisti, siamo stati degli ascoltatori, e in quella fase le nostre fascinazioni hanno avuto molto a che fare con queste sonorità. Perché è pur vero che sono un fanatico dei Sonic Youth, ma lo sono anche di Neil Young, il quale non ha mai abituato il suo pubblico a uno stile musicale: ogni disco ha sempre rappresentato una sorta di mossa sconcertante per il suo pubblico, non ha mai fatto nulla di prevedibile, e poi in buona parte della sua produzione la presenza di archi è cospicua.

RM: Dopo il divorzio dal bassista Dan Solo, la vostra formazione si è ristretta a tre elementi, ‘costringendo’ il vostro produttore Gianni Maroccolo a fare gli straordinari con le quattro corde. Ma vedo che non è l’unico collaboratore illustre…
Sí, sicuramente Gianni ci ha messo del suo, dandoci una marcia in piú. Poi è stato fondamentale l’apporto dell’altro PGR, Giorgio Canali, che ha curato la registrazione delle voci, e di Rob Ellis, produttore di PJ Harvey, arrangiatore di archi e tastiere. Senza dimenticare il missaggio sopraffino di Victor Van Vugt, produttore di Nick Cave. Va però detto che, se per un verso abbiamo puntato in alto, dall’altro abbiamo percorso umili sentieri, con risultati eccellenti in ambedue i casi. Bisognerebbe infatti sottolineare la nostra decisione di registrare a Cuneo, coinvolgendo Riccardo Pallavicini e il suo sconosciuto studio di registrazione. Scelta che si è rivelata azzeccata, perché in questo modo abbiamo avuto la possibilità di collaborare con le persone con cui ci troviamo veramente bene, riuscendo allo stesso tempo a contenere tutta una serie di spese relative alla gestione e alla registrazione.

RM: Si mormora che Rob Ellis vi accompagnerà anche in questo tour?
C.G. Sí. Peccato soltanto che sia arrivato solo cinque giorni prima dell’inizio del tour, non potendo quindi dare il suo tocco magistrale alle musiche. Non abbiamo avuto modo di sperimentare versioni particolarmente rivoluzionarie, anche perché Rob si è sorpreso (e preoccupato) nello scoprire che le strutture dei nostri brani sono piú complesse di quel che sembra. Ma alla fine si è inserito benissimo anche nei pezzi vecchi, mentre in quelli nuovi gestirà le atmosfere che ha arrangiato con una tastiera che riproduce certi suoni e altri li inventa; poi farà la seconda voce e suonerà le maracas, come ha già fatto nell’incisione di "A chi succhia", dando alla canzone una svolta decisiva: pensavamo che non sarebbe mai venuta come volevamo e invece quella sua pennellata di maracas in controtempo sul basso ha dato quel qualcosa in piú. Sono rari i musicisti come lui, che con un semplice gesto riescono a far decollare un pezzo che stenta a librarsi in volo.

RM: Alcune recensioni hanno salutato Bianco sporco come un ritorno alla “diritta via ch’era smarrita”. Come rispondete a proposito?
C.G. Beh, credo si alluda a "Che cosa vedi" e a "Senza peso". Non vorrei sembrare laconico, ma non credo che ci sia stata questa parentesi di non-ricerca sui testi e sulle musiche: abbiamo profuso tutte le nostre energie per quegli album cosí come per quest’ultimo. È legittimo, da parte di alcuni, non sentire la stessa mia sensazione, ma posso assicurare di non essermi affatto risparmiato. Ogni album cerchiamo di riproporci, di proporre innanzitutto a noi stessi argomenti nuovi, tendendo a non ripeterci. Poi ci sono quelli che criticano i musicisti piú per l’immagine che per ciò che suonano e cantano… ma su questi non spreco neanche la polemica… è una caratteristica peculiare di un certo pubblico italiano…

RM: Ancora su Bianco sporco. Sembrano esserci delle vaghe allusioni a Nick Cave, poi citate un verso di Guido Gozzano… ma, soprattutto, cosa vi ha spinto a musicare uno stralcio de "La cognizione del dolore" di Carlo Emilio Gadda?
C.G. Beh, le allusioni a Nick Cave sono volute, cosí come la rispettosa citazione di Gozzano. Mentre per quanto riguarda Gadda, quello che mi ha rapito del protagonista del suo romanzo inconcluso è il suo problema, il problema che lo pervade per tutte le pagine: il rapporto difficile con la figura materna. Poi Gadda è straordinario per la sua capacità di gestire a piú livelli i registri letterari, in un modo tanto caotico quanto alienato allo stesso tempo. Lui è il tipo di scrittore che ti viene da immaginare mentre scrive, mentre controlla il flusso vulcanico di emozioni che lo assale, perché ha una scrittura che deborda, tanto creativa quanto sorprendente. "La cognizione del dolore" è una non-storia, perché in realtà non succede nulla, ma quelle pagine hanno crescenti emotivi pazzeschi, specialmente quello alla fine del penultimo capitolo, dove puoi davvero immmaginarti questo debordare delle parole, inarrestabile e ineluttabile come quello di un battello che vuole fermarsi ma non ce la fa perché l’acqua lo porta via. Mentre registravamo leggevo il libro e questa è l’immagine che piú si è impressa in me, che mi ha portato a far debordare un po’ di quelle parole sulla nostra musica.

RM: Sicuramente simili esperimenti linguistici sono arditi. Ascoltando "La vampa delle impressioni", un testo d’indubbio valore poetico che tu reciti in "Come di sdegno", mi sono chiesto se ti considerassi anche poeta, oltre che musicista, e se avresti l’intenzione di pubblicare dei testi…
C.G. Veramente no, non ci ho proprio pensato, ma non credo lo farò. Quando scrivo, scrivo delle canzoni. Ma è lusinghiero che tu mi veda come poeta. In effetti sono molto legato a "La vampa delle impressioni".

RM: La rabbia che si sente spesso nei vostri testi è in qualche modo connessa alla bellezza che dite di cercare ovunque? Cioè, la vanità di questa vostra ricerca è la causa della frustrazione e della crudeltà delle vostre musiche e parole?
C.G. Se ti riferisci al verso di "Bellezza", devo risponderti di no, anche se è un punto di vista stimolante, che m’incuriosisce. Mi piace pensare che tu ci abbia girato intorno e abbia trovato questo tipo di conclusione, perché creare qualcosa che è aperto alle interpretazioni di tutti è una delle cose piú belle dell’arte. Però il progetto artistico di quel pezzo non è nato tanto dall’idea della bellezza, ma piuttosto dalla volontà di enucleare nelle strofe una serie di situazioni piú completa possibile, dall’abiezione alla massima espressione spirituale di sé, attraverso cui riuscire a dire che in qualsiasi condizione si viva si cerca la bellezza. È evidente però che, in quanto artista, credo di condurre un’instancabile ricerca della bellezza.