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L’hotel è,
di norma, il luogo dell’accoglienza, garanzia di asilo e ospitalità.
Forse, anche per questa ragione, Moby ha intitolato così
il suo ultimo lavoro. Altra felice produzione discografica, che
ci riconsegna il Moby di “Play”e porta a riflettere
su quel “18” (album che deve il titolo al numero delle
tracce che contiene) che lasciò un po’ perplessi quanti
si attendevano un altro capolavoro.
Pubblicato in duplice edizione, una con un secondo disco strumentale
realizzato in puro stile ambient, “Hotel” piace per
le sue atmosfere placidamente metropolitane, ritmate questa volta
con un numero contenuto di campionature. Tra le 15 tracce del primo
cd viene difficile selezionare alcuni pezzi rispetto ad altri. Un
po’ tutti possono ben valere come piccole colonne sonore per
avventure di vita newyorkese. Ballate elettroniche, mai esageratamente
ruffiane, malgrado il richiamo irresistibile del mercato a cui anche
il buon Moby non sempre sa resistere, popolano questo “Hotel”.
Pensiamo a “Spiders” e alla straconosciuta “Lift
me up”. Canzoni che possono impreziosire qualsiasi spot pubblicitario,
apparentemente concepite come messaggi sonori per un mondo che sembra
fatto solo di inserzioni, insegne e stralunate intermittenze sonore.
Di queste, così ci pare, Moby offre un repertorio ben riuscito,
grazie anche all’apporto di Laura Dawn, la cui voce (“Temptation”
e “I like it”) s’incastona alla perfezione negli
spartiti elettronici del dj newyorkese. Un’ultima annotazione
la riserviamo a “Very”, pezzo che sembra essere stato
scritto per uno come Jimmy Sommerville, ex Bronsky Beat, ex Communards,
ex tutto, insomma. Un pezzo da 90, come “Forever”, che
Moby canta e declama come una prece postmoderna.
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