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Quella di Oliver
Twist (Barney Clark) è l'Inghilterra industriale e povera
del XIX sec. e la sua è una storia triste e malinconica
che però diventa favola come per Cenerentola o Biancaneve,
senza l’inverosimile contorno di fate e nani.
Oliver passa da un orfanotrofio ad un'agenzia funebre come aiutante
e, in entrambi i casi, viene rifiutato e maltrattato dall'ignoranza
e dall'avidità non di streghe, ma di borghesi “onesti”
e “benpensanti”. L'unica alternativa per l'orfanello
è la fuga a Londra, il dickensiano paese dei balocchi,
in cui Oliver conoscerà un parente stretto di Mangiafuoco,
ossia il vecchio e furbo Fagin (Ben Kingsley). Inizialmente Fagin
e la sua banda di ladruncoli saranno l'unica fonte di sostentamento
per Oliver e le uniche persone presso cui rifugiarsi, finché
non incontrerà l'onesto Mr. Brownlow che ne cambierà
per sempre il destino.
Fedele all'opera di Dickens, Roman Polanski ha donato al suo film
toni classici e fiabeschi. La linearità del racconto e
l'attaccamento al romanzo conferiscono ai vari personaggi un tono
surreale, creando una sorta di distacco con il pubblico. Sono
ottime le ricostruzioni girate a Praga della Londra sporca e malfamata
post- rivoluzione industriale.
Merita un encomio tutto il cast, ma, in modo speciale, Ben Kingsley,
il Gandhi di Richard Attenborough quasi irriconoscibile nei panni
di Fagin, probabilmente il personaggio più interessante
e misterioso dell’intera pellicola e dell’originale
dickensiano che solo un attore dell'altezza di Kingsley poteva
interpretare e personalizzare in modo così geniale. Bravo
anche Barney Clark nei panni di Oliver, nonostante la personalità
del protagonista sia stata messa poco in rilievo rendendo il personaggio
poco coinvolgente.
Il consiglio è quello di vedere il film per allontanarsi
dai soliti kolossal americani e per ricordare che ancora oggi
esistono tanti Oliver Twist. Purtroppo, è anche vero che
ci sono sempre meno Dickens e Polanski disposti a raccontarlo.
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