Un Multiforme Artista
.::annaSanna - 28 Ottobre 2005::.
salo

Uomo di multiforme ingegno, scrittore, poeta e giornalista, Pier Paolo Pasolini si avvicina al mondo del cinema senza aver prima d’ora studiato il ben che minimo manuale di regia. Il suo talento dietro la macchina da presa emerge fin dal principio con i primi due film (Accattone, del 1961, e Mamma Roma, 1962), con i quali porta sullo schermo il sottoproletariato urbano. La vita della periferia romana, la condizione dei suoi abitanti dopo la seconda guerra mondiale, fanno da sfondo a questi due capolavori, ponendo l’accento sulla situazione dei contadini costretti ad abbandonare la campagna, con la conseguente perdita della cultura contadina.
Al dittico iniziale faranno seguito quattro mediometraggi, definibili anch'essi "borgatari" (La Ricotta, 1963, La Terra vista dalla Luna, 1966, Che cosa sono le nuvole?, 1968, e la Sequenza del fiore di carta, 1969). Da non dimenticare il Pasolini "ideologico", ben documentato da Il Vangelo secondo Matteo (1964) e Uccellacci e uccellini (1966). Nella rievocazione laica, ma non irreligiosa,
della vita di Gesù, Pasolini decide di rimanere fedele al testo di Matteo, così che il film viene a strutturarsi in episodi proprio come i capitoli del testo sacro; il secondo è un'analisi critica e autocritica a sinistra dove a Totò e Ninetto è affidata la storia di un viaggio fra miti francescani, riti politici e apologhi sociali.
Dopo un breve excursus nel mondo classico (Edipo re,1967 e Medea, 1968), alla ricerca delle origini e dell’attualità del trauma che avrebbe imposto all'uomo il principio di
realtà sul principio del piacere, si è dedicato a colte e raffinate erotopee della corporeità: da un lato vista come possibile luogo di felicità soltanto nelle fiabe e nel sogno (Il fiore delle Mille e una
notte, 1974) o comunque sempre come un peccato da scontare (Decameron, 1971
e I racconti di Canterbury, 1972); dall’altro come il luogo per eccellenza del più abbietto degrado umano e della più disumana crudeltà come il caso di Salò o le 120 giornate di Sodoma, del 1975.
Questo ultimo suo film, in particolare, non è stato compreso dalla critica del periodo, tacciato come un film porno "fatto male". Un film che oggi potrebbe essere usato come manifesto per la rivendicazione dei diritti umani.