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Il film (che ha meritato il premio Oscar 2006) non racconta un’unica storia, ma tante, sette per la precisione, tutte ambientate a Los Angeles, e tutte si svolgono nell’arco di 36 ore. I protagonisti sono accomunati dalla difficoltà di rapportarsi agli altri o perché sono diffidenti nei confronti del prossimo o perché suscitano essi stessi la diffidenza di chi sta loro intorno. Ciascuno, però, conserva in sé, in modo più o meno consapevole, il desiderio di avere rapporti più umani, di essere solidale, di scambiare un abbraccio, di avere un ‘ contatto fisico ’ che per una volta non sia uno scontro, un ‘crash’ . Fra gli interpreti, Sandra Bullock, che nel film è la moglie di un procuratore, una donna isterica, ossessionata dalla paura dei ladri al punto da sospettare anche del fabbro che gli installa le ennesime nuove serrature, solo perché è un latino-americano. E Matt Dillon, un poliziotto capace di violenze spregevoli, ma anche di azioni eroiche, che umilia la moglie nera di un regista, ma poi rischia la vita per salvarla da morte certa. Il film ha un buon ritmo, sa intrecciare con realismo le storie dei vari personaggi, mescolando ironia e dramma, ed ha un andamento ciclico: inizia e si chiude con la stessa scena. Sa raccontare bene le ansie e le paure del nostro quotidiano: la diffidenza nei confronti degli immigrati, il desiderio di difendere ad ogni costo quanto ci siamo guadagnati , la fatica di emergere in una società che ci chiede di essere sempre splendidi; e sa mettere anche in evidenza il nostro desiderio di contatto fisico, di abbracci, di sguardi, di fiducia, di umanità. Tutte le storie raccontate nel film, in qualche modo, hanno il loro lieto fine: l’uomo, insomma, ha ancora le risorse sufficienti e necessarie per costruire un mondo migliore.
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