La tigre e la neve
.::Linda Giresini- 20 Dicembre 2005::.

Attilio, poeta e docente universitario, è follemente innamorato di Vittoria, anche lei impegnata nel campo della letteratura. La insegue ovunque, promettendole amore eterno, senza tuttavia riuscire a scalfire la sua rigidezza e conquistarla. A Roma prima, e poi, nel secondo atto del film, nello scenario iracheno di una guerra che è ormai alle porte (l’anno è il 2003), si consuma una straordinaria e silenziosa storia d’amore, una lotta disperata contro la morte che minaccia di soffocare, impedendogli persino di nascere, un sentimento dirompente e altissimo.

Il film, dall’insolito titolo tratto dall’omonimo libro di poesie appena pubblicato dal protagonista, stende fin dall’inizio un sottofondo di malinconia, nascosta tra le note di “You can never hold back spring”. La musica accompagna immagini oniriche profonde ma alleggerite dalle battute del comico toscano: dominante è la figura di Vittoria (Nicoletta Braschi) che rappresenta notoriamente la figura della donna stilnovista così cara a Benigni. La prima parte del film delinea i tratti dell’esistenza di Attilio, che insegna a Roma in un’università per stranieri (coinvolgente la scena della lezione), ha due figlie e cerca in ogni modo di attirare a sé Vittoria; i due si conoscono grazie all’amico comune Fuad (Jean Reno), sommo poeta iracheno di cui la donna sta curando una biografia.
È lui il perno che innesca il motore del film: mentre si trova a Baghdad riferisce ad Attilio che l’amata è rimasta vittima di uno dei primi bombardamenti americani. È una corsa contro il tempo: nulla ferma il poeta che obbedendo ciecamente all’amore si finge un chirurgo della Croce Rossa e riesce a giungere fortunosamente in Iraq. L’orgoglio e la disperazione di fronte all’immagine di lei, in pietose condizioni, moribonda in un angolo di uno pseudo-ospedale della città, spingono Attilio a compiere uno sforzo sovrumano per tenerla in vita.
Nel corso del dramma serpeggiano delle polemiche e rimandi di natura politica, nonché religiosa (da ricordare il volto assente di Fuad mentre si ritira in preghiera): rimandi solo timidamente accennati, però. Molti i paralleli con “La vita è bella”: quel concetto di vita che si può apprezzare appieno solo nell’esplosione e nella libera ondata dei sentimenti, e la struttura di fondo-l’amore che si esplica -o tenta di farlo- in un clima di stravolgimenti politici- sono elementi ricorrenti, e forse un po’ abusati dall’Oscar nazionale. Tuttavia risultano esagerati i giudizi negativi che bollano il film come accozzaglia di luoghi comuni, di battute trite e ritrite: il lavoro nel complesso è buono, ricco di spunti e scene toccanti, nonostante manchi di originalità e le scene stesse siano talora statiche e eccessivamente influenzate dalla potenza angelica di Vittoria.
Trascurando dunque questi aspetti brilla da sé il potente messaggio che ormai si associa naturalmente alla personalità di Benigni, e suggerisce ulteriori spunti di approfondimento, per cui purtroppo non c’è spazio nel film, di un tema che è, comunque, di grande attualità: il concetto di amor vincit omnia, come ha scritto il giornalista T. Kezich, è il fulcro del pensiero dell’attore-regista, talento inimitabile “impegnato a spargere buonumore e ottimismo”, e la cui “esistenza […] dovrebbe suscitare in Italia un’ondata di gratitudine”.

La tigre e la neve
Regia: Roberto Benigni.
Cast: R.Benigni, N.Braschi, J.Reno, T. Waits. Genere: commedia. Durata: 118’