|
Attilio, poeta e
docente universitario, è follemente innamorato di Vittoria,
anche lei impegnata nel campo della letteratura. La insegue ovunque,
promettendole amore eterno, senza tuttavia riuscire a scalfire
la sua rigidezza e conquistarla. A Roma prima, e poi, nel secondo
atto del film, nello scenario iracheno di una guerra che è
ormai alle porte (l’anno è il 2003), si consuma una
straordinaria e silenziosa storia d’amore, una lotta disperata
contro la morte che minaccia di soffocare, impedendogli persino
di nascere, un sentimento dirompente e altissimo.
Il film, dall’insolito titolo tratto dall’omonimo
libro di poesie appena pubblicato dal protagonista, stende fin
dall’inizio un sottofondo di malinconia, nascosta tra le
note di “You can never hold back spring”. La musica
accompagna immagini oniriche profonde ma alleggerite dalle battute
del comico toscano: dominante è la figura di Vittoria (Nicoletta
Braschi) che rappresenta notoriamente la figura della donna stilnovista
così cara a Benigni. La prima parte del film delinea i
tratti dell’esistenza di Attilio, che insegna a Roma in
un’università per stranieri (coinvolgente la scena
della lezione), ha due figlie e cerca in ogni modo di attirare
a sé Vittoria; i due si conoscono grazie all’amico
comune Fuad (Jean Reno), sommo poeta iracheno di cui la donna
sta curando una biografia.
È lui il perno che innesca il motore del film: mentre si
trova a Baghdad riferisce ad Attilio che l’amata è
rimasta vittima di uno dei primi bombardamenti americani. È
una corsa contro il tempo: nulla ferma il poeta che obbedendo
ciecamente all’amore si finge un chirurgo della Croce Rossa
e riesce a giungere fortunosamente in Iraq. L’orgoglio e
la disperazione di fronte all’immagine di lei, in pietose
condizioni, moribonda in un angolo di uno pseudo-ospedale della
città, spingono Attilio a compiere uno sforzo sovrumano
per tenerla in vita.
Nel corso del dramma serpeggiano delle polemiche e rimandi di
natura politica, nonché religiosa (da ricordare il volto
assente di Fuad mentre si ritira in preghiera): rimandi solo timidamente
accennati, però. Molti i paralleli con “La vita è
bella”: quel concetto di vita che si può apprezzare
appieno solo nell’esplosione e nella libera ondata dei sentimenti,
e la struttura di fondo-l’amore che si esplica -o tenta
di farlo- in un clima di stravolgimenti politici- sono elementi
ricorrenti, e forse un po’ abusati dall’Oscar nazionale.
Tuttavia risultano esagerati i giudizi negativi che bollano il
film come accozzaglia di luoghi comuni, di battute trite e ritrite:
il lavoro nel complesso è buono, ricco di spunti e scene
toccanti, nonostante manchi di originalità e le scene stesse
siano talora statiche e eccessivamente influenzate dalla potenza
angelica di Vittoria.
Trascurando dunque questi aspetti brilla da sé il potente
messaggio che ormai si associa naturalmente alla personalità
di Benigni, e suggerisce ulteriori spunti di approfondimento,
per cui purtroppo non c’è spazio nel film, di un
tema che è, comunque, di grande attualità: il concetto
di amor vincit omnia, come ha scritto il giornalista T. Kezich,
è il fulcro del pensiero dell’attore-regista, talento
inimitabile “impegnato a spargere buonumore e ottimismo”,
e la cui “esistenza […] dovrebbe suscitare in Italia
un’ondata di gratitudine”.
La tigre e la neve
Regia: Roberto Benigni.
Cast: R.Benigni, N.Braschi, J.Reno, T. Waits. Genere: commedia.
Durata: 118’
|