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Dopo l’indigestione
di Hero, il regista Zhang Yimou torna all’attacco con uno
dei suoi soliti film: House of Flying Daggers/La foresta dei pugnali
volanti.
Nella Cina del IX secolo la dinastia Tang era giunta al suo declino.
Una setta segreta si oppone allo strapotere dei signori della
guerra. Leo, capo provinciale delle guardie, ordina a Jin, suo
aiutante, di investigare su una danzatrice cieca. Mei, giunta
da poco al Pavillon (locale locanda di raffinato piacere), è
sospettata di essere affiliata al gruppo ribelle e viene catturata.
Fingendosi suo alleato, Jin riesce a far fuggire Mei dalle prigioni,
nella speranza che lo conduca al nascondiglio della setta. Lungo
il viaggio avranno modo di sviluppare un rapporto scontato e sdolcinato
alternato a scene di battaglie e duelli ambientati in paesaggi
dal fascino fantastico.
Anche stavolta, come per Hero, permane la cura maniacale per i
dettagli, i colori e le scenografie spettacolari (gli interni
affascinanti della locanda del piacere, l’ambiente etereo
della foresta di bambù) e le coreografie elaborate (il
gioco dei fagioli, lo scontro finale sotto la neve). Tutti elementi
attraenti, in qualche modo esotici, ipnotizzanti soprattutto per
il pubblico occidentale.
La storia anche stavolta è risaputa e banale, gli intrighi
sono chiari sin dall'inizio, i colpi di scena sono scontati e
non emozionano. Se si riuscisse a mantenere viva l’attenzione
superando le smancerie amorose e la puzza di soap opera, il film
potrebbe risultare in alcuni tratti anche sorprendente e più
delicato di Hero.
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