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Una struggente storia
d’amore: ecco cosa racconta il regista Ang Lee. Ed ha poca
importanza che i protagonisti non siano un uomo e una donna.
Jack e Ennie si incontrano per la prima volta nell’estate
del 1963 a Brokeback Mountain: lavorano per un mandriano e devono
custodire le sue pecore nei pascoli montani, preservandole dai
lupi, dalle tempeste di pioggia e di neve, dai furti. Immersi
in una natura selvaggia e solitaria, sfiancati dal duro lavoro,
isolati da ogni forma di civiltà, i due, poco più
che ragazzi, diventano amici e la reciproca confidenza li spinge
fino a scoprire che l’amicizia si è trasformata in
amore. Alla fine del lavoro ciascuno ritorna alla propria vita
di sempre , ma l’esperienza di quell’amore non si
cancella: rimane indelebile nella mente e nel cuore di entrambi
per più di vent’anni.
Lento, silenzioso e delicato, il film non cade mai di tono e sa
rendere con efficacia il dramma di un sentimento che non può
essere vissuto alla luce del sole .
Ciò che colpisce (che ha colpito me, in verità)
è la sicura mascolinità dei protagonisti; quando
si rappresenta l’omosessualità maschile spesso si
sottolinea l’effeminatezza o quantomeno l’ambiguità
dell’identità sessuale delle persone gay. Jack ed
Ennie, invece, non hanno nulla dello stereotipo omo. Così
il film, spesso presentato come una storia western di due cowboy
gay, non è né l’uno né l’altro:
né un western, né una storia di cowboy gay. È
, come già detto, la storia di un amore profondo che sta
nascosto, per paura o per convenzione; e chi si accorge, fa finta
di non vedere perché così è più comodo.
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