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Monaco, 1972. Durante
le Olimpiadi un gruppo di terroristi palestinesi, denominati Settembre
Nero, sequestra undici atleti israeliani. Nel conflitto a fuoco
con le forze dell’ordine, muoiono tutti gli ostaggi e alcuni
dei terroristi. Da qui prende le mosse il film di Spielberg che
racconta le azioni del Mossad , i servizi segreti israeliani,
in risposta all’attentato palestinese.
La storia di Munich è la storia di Avner, agente segreto
incaricato dal Mossad perché scovi ed elimini i responsabili
dell’uccisione degli atleti. Lo farà con l’aiuto
di una squadra di agenti scelti (molti dei quali moriranno durante
la missione), ma finirà per riconoscere il fallimento del
proprio compito. Egli infatti spera non solo di vendicare il sangue
dei fratelli ebrei uccisi, ma anche di decapitare l’organizzazione
terroristica ed azzerare, così, il suo potere. Questo non
avverrà, violenza chiamerà violenza ed Avner si
sentirà come una pedina nelle mani di chi vuole che il
gioco continui all’infinito. Perciò deciderà
di lasciare il Mossad ed anche Israele.
Il film è molto crudo e violento. Come capita spesso nella
cinematografia americana, la storia cede volentieri il passo all’invenzione,
perché emerga con più chiarezza la morale : chi
si vendica finisce per diventare simile al cattivo da cui ha subito
ingiustizia.
La regia di Spielberg è quasi impeccabile; peccato per
alcune scene, ambientate in Italia e in Grecia, che risultano
un po’ stereotipate o ingenue nel racconto dei fatti. Encomiabile,
tuttavia, lo sforzo di mantenersi equidistante fra le parti: Ebrei
e Palestinesi nel film sono posti sempre sullo stesso piano, senza
che si evidenzino moti di simpatia o di critica verso gli uni
o gli altri. Ciò che ha reso il film poco gradito ad Israele.
Molto bravi gli attori, in particolare il protagonista che sa
coinvolgerci efficacemente sia quando Avner si sente un devoto
servitore del suo popolo, sia quando matura il dramma di aver
agito con tanta crudeltà da identificarsi con i nemici
a cui ha dato la caccia.
Un film da vedere più volte, per gustarne tutte le sfaccettature:
le prime scene che mostrano la visione dei fatti di Monaco sia
dalla parte degli israeliani che da quella dei palestinesi; il
sapiente utilizzo della funzione documentale; i discorsi di Golda
Meir; il ruolo della moglie di Avner; la scena finale, fortemente
simbolica, con lo sfondo dei grattacieli americani (le Torri Gemelle?).
Se vincerà l’Oscar, per me l’avrà meritato.
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