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Libano, Freddo,
Dandy ed il Nero si conoscono fin da ragazzini: hanno condiviso
i sogni, la miseria, le bravate, il riformatorio. Diventati grandi,
in una Roma che appare come una ghiotta torta da dividere, daranno
vita ad una sanguinaria e spietata banda, che passò alla
cronaca col nome di ‘banda della Magliana’.
Il film di Michele Placido, tratto dal libro di De Cataldo, mescola
romanzo e realtà, sullo sfondo di un’Italia scossa
dal sequestro Moro, dalla strage alla stazione di Bologna, un’Italia
che guarda con speranza, insieme a tutto il mondo, la caduta del
Muro di Berlino.
Pasoliniano, in particolare nelle scene iniziali e conclusive,
nelle quali vediamo i giovanissimi amici festeggiare il furto
di un’auto e raccontarsi in romanesco come saranno quando
diventeranno grandi; novelli ‘ragazzi di vita’, saranno
braccati dai poliziotti ed assicurati alla giustizia (sfuggiranno
ad essi, invece, nella scena-sogno finale). Dopo un’ellissi
di qualche anno, li ritroviamo, insieme ad altri giovani emarginati,
ad organizzare un tragico sequestro di persona che li proietterà
nel giro della malavita organizzata: traffico e spaccio di droga,
sfruttamento della prostituzione, riciclaggio, agganci con le
logge massoniche e la mafia. Non si sottraggono a nulla…
“Al massimo – dirà Freddo a Libano –
cosa ci potrà capitare? Ci ammazzeranno.” “Ma
noi siamo già morti – risponderà l’amico
– ci hanno ammazzato in riformatorio…”.
Sembrerebbero delle bestie senza cuore, uccidono guardando negli
occhi le loro vittime, a viso scoperto; maneggiano un’enorme
quantità di danaro, vivono in ville lussuose, ma non smettono
mai d’essere ragazzi di borgata: rabbiosi, sempre in credito
nei confronti di ogni persona perbene, dalla quale si sentono
defraudati della possibilità di una vita normale.
Eppure il film ci mostra anche i loro sentimenti: la profonda
fratellanza che unisce Libano a Freddo; l’amore di Freddo
per Roberta e quello di Dandy per Patrizia; i loro affetti familiari,
la loro lealtà e quel senso dell’onore tipico del
codice malavitoso. Tuttavia non c’è possibilità
di riscatto per loro: destinati ad una vita ‘sporca’,
nulla di bello sopravvivrà fra le loro mani.
Romanzo criminale è un film crudo, forse troppo lungo,
ben recitato, in particolare da Kim Rossi Stuart (Freddo) ed Anna
Mouglalis (Patrizia). Non amo la regia di Placido, ma apprezzo
il suo coraggio nell’affrontare sempre storie scomode. Non
amo la recitazione di Stefano Accorsi, tuttavia non poteva che
essere sua la parte del commissario Scialoia: goffo ed incapace
di fronteggiare la banda, finirà per subire il torbido
fascino di Patrizia.
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