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C’è
un aneddoto che mi riguarda direttamente con il quale posso dire
molto più di quanto tante altre belle e toccanti parole
saprebbero fare. L’aneddoto mi riporta indietro di una trentina
di anni. Quanti, in realtà, ne sono passati dalla tragica
scomparsa di Pier Paolo Pasolini, uno degli intellettuali più
brillanti e originali che il nostro Paese abbia mai avuto. Ricordo
che, da bambino (avevo sì o no undici, dodici anni), sentii
parlare di Pasolini da un adulto che, vincendo una certa “ripugnanza”
che l’omosessualità dello scrittore-regista gli trasmetteva,
decise di vedere al cinema uno dei suoi film. Si trattava di “Salò
o le 120 giornate di Sodoma”. Un film duro e onestissimo
(“una luttuosa metafora”, si legge in qualche enciclopedia)
sull’ultimo rigurgito dell’Italia mussoliniana che
si era svenduta ai nazisti, come ebbi modo di apprendere più
di dieci anni dopo, quando lo vidi finalmente sul grande schermo.
L’adulto che provò sconcerto e che disse di non essere
riuscito a reggerne la visione sino alla fine era una di quelle
persone che conoscevo sufficientemente bene per poter subito pensare
che il suo disappunto non era proprio di natura critica. Di sicuro,
aveva immaginato di andare al cinema, forte della sua maggiore
età (il film era decisamente vietato ai minori), per vedere
qualche bella scena di sesso spinto con il classico contorno di
sederini plastici e altro. Insomma, la sua speranza era quella
di pagare il biglietto per un filmino a luci rosse. Così,
a quanto pare, non è stato, e la visione di quel che Pasolini
gli ha proposto deve essere stata troppo forte anche per lui.
Che dire allora? Che Pasolini era un pervertito (ad un certo punto
del film, i giovani ufficiali repubblichini si accaniscono con
violenza su un gruppo di sventurate ragazze che servono loro il
pranzo), un finocchio che non capiva niente di cinema, un immorale.
Fu questa la sua disarmata reazione.
In quell’adulto, nelle sue paure, nell’abissale e
ignobile ignoranza che ne animavano le deboli velleità
critiche, nelle sue rozze e violente parole, ho ritrovato negli
anni il Paese nel quale sono cresciuto. Non tutto, per fortuna,
ma una buona parte sì. Ancora oggi c’è chi
ignora l’opera, la figura e la grande testimonianza politica
e morale di Pasolini, attribuendosi l’arrogante diritto
di poterne parlare male, o, peggio, la libertà di fare
sì che altri non ne parlino affatto. Quanti degli italiani
che hanno un’età compresa tra i diciassette (un’età
in cui la letteratura e il cinema andrebbero presi sul serio)
e i trent’anni (chi mi conosce accetterà benevolmente
l’esclusione della mia generazione), quanti di questi giovani
cittadini del nostro Paese sanno chi era, chi è stato e
che cosa sarebbe potuto essere ancora oggi Pier Paolo Pasolini?
Quanti possono davvero dire di avere un’idea (almeno un’idea)
della straordinaria lucidità con la quale questo figlio
dell’Italia che fu ha giudicato gli eventi del suo tempo
(il dopoguerra, il ruolo degli intellettuali, il ’68 fintamente
proletario degli studenti borghesi)? Quanti, estimatori del più
autentico realismo in letteratura, hanno mai letto i suoi romanzi?
Quanti sanno che il primo teorico e contestatore dell’omologazione
culturale che pervade da troppo tempo la nostra cultura nazionale
è stato proprio lui? Non riconoscergli oggi, a trent’anni
dalla morte, l’attualità che gli spetta sarebbe come
far passare ancora una volta sotto silenzio il tragico, violento
destino di morte che lo ha strappato alla vita.
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