Pasolini, Scrittore Corsaro
.::Catone Rosso - 28 Ottobre 2005::.
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C’è un aneddoto che mi riguarda direttamente con il quale posso dire molto più di quanto tante altre belle e toccanti parole saprebbero fare. L’aneddoto mi riporta indietro di una trentina di anni. Quanti, in realtà, ne sono passati dalla tragica scomparsa di Pier Paolo Pasolini, uno degli intellettuali più brillanti e originali che il nostro Paese abbia mai avuto. Ricordo che, da bambino (avevo sì o no undici, dodici anni), sentii parlare di Pasolini da un adulto che, vincendo una certa “ripugnanza” che l’omosessualità dello scrittore-regista gli trasmetteva, decise di vedere al cinema uno dei suoi film. Si trattava di “Salò o le 120 giornate di Sodoma”. Un film duro e onestissimo (“una luttuosa metafora”, si legge in qualche enciclopedia) sull’ultimo rigurgito dell’Italia mussoliniana che si era svenduta ai nazisti, come ebbi modo di apprendere più di dieci anni dopo, quando lo vidi finalmente sul grande schermo. L’adulto che provò sconcerto e che disse di non essere riuscito a reggerne la visione sino alla fine era una di quelle persone che conoscevo sufficientemente bene per poter subito pensare che il suo disappunto non era proprio di natura critica. Di sicuro, aveva immaginato di andare al cinema, forte della sua maggiore età (il film era decisamente vietato ai minori), per vedere qualche bella scena di sesso spinto con il classico contorno di sederini plastici e altro. Insomma, la sua speranza era quella di pagare il biglietto per un filmino a luci rosse. Così, a quanto pare, non è stato, e la visione di quel che Pasolini gli ha proposto deve essere stata troppo forte anche per lui. Che dire allora? Che Pasolini era un pervertito (ad un certo punto del film, i giovani ufficiali repubblichini si accaniscono con violenza su un gruppo di sventurate ragazze che servono loro il pranzo), un finocchio che non capiva niente di cinema, un immorale. Fu questa la sua disarmata reazione.
In quell’adulto, nelle sue paure, nell’abissale e ignobile ignoranza che ne animavano le deboli velleità critiche, nelle sue rozze e violente parole, ho ritrovato negli anni il Paese nel quale sono cresciuto. Non tutto, per fortuna, ma una buona parte sì. Ancora oggi c’è chi ignora l’opera, la figura e la grande testimonianza politica e morale di Pasolini, attribuendosi l’arrogante diritto di poterne parlare male, o, peggio, la libertà di fare sì che altri non ne parlino affatto. Quanti degli italiani che hanno un’età compresa tra i diciassette (un’età in cui la letteratura e il cinema andrebbero presi sul serio) e i trent’anni (chi mi conosce accetterà benevolmente l’esclusione della mia generazione), quanti di questi giovani cittadini del nostro Paese sanno chi era, chi è stato e che cosa sarebbe potuto essere ancora oggi Pier Paolo Pasolini? Quanti possono davvero dire di avere un’idea (almeno un’idea) della straordinaria lucidità con la quale questo figlio dell’Italia che fu ha giudicato gli eventi del suo tempo (il dopoguerra, il ruolo degli intellettuali, il ’68 fintamente proletario degli studenti borghesi)? Quanti, estimatori del più autentico realismo in letteratura, hanno mai letto i suoi romanzi? Quanti sanno che il primo teorico e contestatore dell’omologazione culturale che pervade da troppo tempo la nostra cultura nazionale è stato proprio lui? Non riconoscergli oggi, a trent’anni dalla morte, l’attualità che gli spetta sarebbe come far passare ancora una volta sotto silenzio il tragico, violento destino di morte che lo ha strappato alla vita.