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Chi pensava che
le "elezioni" in Iran potessero essere un'occasione
per cambiare il regime si illudeva. In Occidente tutti vedevano
di buon occhio il candidato riformista e progressista Moin, ma
questi è stato eliminato al primo turno. Al ballottaggio
si sperava nella vittoria di Rafsanjani, già presidente
dall'89 al '97, considerato un moderato, nonostante le persecuzioni
e le esecuzioni perpetuate durante il suo mandato nei confronti
di chi non condivideva le sue posizioni e di chi criticava il
regime dentro e fuori il Paese; ma anche lui è stato battuto
dal sindaco di Teheran, Mahamoud Ahmadinejad, che ha ottenuto
il 61,7% dei suffragi fra i 26 milioni di iraniani, il 56% degli
aventi diritto di voto, che si sono recati alle urne.
Parlare di elezioni in un regime può sembrare strano, ma
quelle iraniane sono molto particolari. Mentre in un qualsiasi
Paese democratico per candidarsi basta raccogliere un certo numero
di firme, in Iran c'è bisogno del permesso del Consiglio
dei guardiani della rivoluzione che in occasione di queste votazioni
ha ammesso solo otto candidati fra le centinaia che avevano fatto
richiesta. In base a quale criterio sono stati respinti tutti
questi aspiranti? Semplice, la tutela del regime!
Per non fomentare troppo malcontento viene sempre ammesso anche
qualche cosiddetto riformista come il presidente uscente Khatami,
il quale però, ostacolato dal Consiglio dei guardiani e
dalla Guida Suprema, l'ayatollah Khamenei, nei suoi otto anni
di mandato non è riuscito ha cambiare più di tanto
il regime.
In Iran la stampa è controllata; solo nelle ultime elezioni,
dopo i risultati del primo turno, due giornali, che si apprestavano
a denunciare brogli, sono stati chiusi; alle donne è proibito
lavorare, e ciò spinge molte madri a prostituirsi per sfamare
i figli; non si può andare dal parrucchiere; non si può
professare un culto diverso dall'Islam. In pratica, come dichiara
l'ex presidente Bani Sadr, attualmente in esilio a Parigi, "i
religiosi ritengono di potere, e dovere, passare al setaccio ogni
aspetto dell'esistenza dei loro concittadini: dalla sessualità
alle azioni di ogni giorno, dalla vita sociale a quella più
intima e soggettiva". Non bastasse ciò, l'economia
è in gran parte controllata dalla mafia.
Se con un presidente "riformista" la situazione era
questa, che accadrà ora che l'ultraconservatore Ahmadinejad
è riuscito, grazie al suo populismo, alle grandi famiglie
imprenditoriali mafiose e agli ineccepibili scrutatori, a diventare
presidente? Probabilmente la situazione economica non cambierà
e ai cittadini non saranno concesse maggiori libertà. Si
continuerà a agire, invece, per poter produrre energia
nucleare e verosimilmente con essa testate atomiche. Ciò
porterà a ulteriori divergenze con i Paesi occidentali,
in particolare con gli Stati Uniti.
Una cosa pare ormai evidente: il regime non può essere
cambiato dal suo interno, lo dimostra il tentativo fallito di
Khatami. Solo il popolo potrà mettere fine a questa fase
oscura della storia dell'Iran, gli studenti sono già scesi
altre volte in piazza a protestare per la mancanza di democrazia
e lo faranno anche in futuro.
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