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Non passa giorno nel quale non accenda la tv e mi accorga del fatto che il telegiornale quasi sempre apre con la notizia di un’esplosione nel mercato di Karbala o di un attentato contro una pattuglia americana nelle strade di Baghdad. Sembra strano, ma notizie di questo genere stanno cadendo sempre di più nella banalità della vita quotidiana, quasi fosse normale che un uomo si leghi in vita una cintura di esplosivi e si faccia saltare in aria nel bel mezzo di una via trafficata o che un gruppo di soldati trasformi una famiglia, con la sola colpa di aver difeso la propria abitazione, in un ammasso di corpi mutilati. Scusate il linguaggio brutale, ma è questo ciò che avviene in Iraq. Può essere disgustoso e aberrante quanto volete, eppure, per quanto ci si può sforzare di essere i più realisti possibili, noi non siamo lì per vedere ciò che effettivamente accade. La gente crede di sapere, ma non sa, e si accorge del fatto che in questo preciso momento della nostra storia c’è una guerra solo quando un nostro soldato rientra in patria avvolto nel tricolore. È impressionante vedere come, ogni qual volta un militare italiano rimane ucciso in Iraq, l’attenzione generale si sposta per qualche giorno sulla figura dell’“eroe” caduto per la pace. Tutti restano quasi sbalorditi dal fatto che questo possa essere accaduto. Ma accidenti, è una guerra! Non lo sapete che la gente muore in guerra? Ora, io non voglio affatto mettere in dubbio la buona fede dei nostri soldati che possono essere, e senz’altro molti lo sono, brave persone, ma caspita non venite a dirmi che vanno tutti di là per portare la libertà e la democrazia. La verità è che sono piuttosto ben pagati dallo Stato per rischiare la vita ogni giorno, altrimenti, diciamolo, non si troverebbero lì. E adesso spostiamoci un po’ dall’altra parte. Perché le stesse manifestazioni di cordoglio non vengono fatte per ogni Iracheno ucciso? Ah si, ci sono. Forse perché siamo stati noi (si intenda “noi” come forze della coalizione) a ucciderlo. O forse perché sono troppi. Ma chi se ne frega… tanto la gente pensa che siano tutti terroristi. È terrorista un uomo che difende la propria casa, che combatte contro chi ha stuprato la figlia, che lotta contro chi ha deciso in maniera del tutto arbitraria di invadere il proprio Paese. Che colpa ne ha se fino ad ora ha vissuto sotto un regime, se è nato in un Paese sospettato di aver protetto i veri terroristi? Se può, perché non dovrebbe resistere a tutte queste ingiustizie? E con questo non difendo chi sequestra e sgozza altri innocenti. D’altra parte noi Italiani abbiamo vissuto più o meno la stessa situazione. Ma questa è la guerra e i prezzi da pagare sono da tutte le parti. Ci si può immedesimare nel civile iracheno senza colpa, ma anche nel soldato americano, magari ispanico o afro, che proviene dai sobborghi di una grande città e che è andato in Iraq perché non aveva altra soluzione. Mentre Bush e i suoi tirapiedi hanno rinunciato a trovare le armi di distruzione di massa, gli altri gerarchi hanno avuto la brillante idea coniare un nuovo termine per una guerra fondata sulla menzogna: “missione di pace”. Quanto vorrei che John Lennon o Martin Luter King fossero vivi per vedere come oggi si esporta la pace con le armi. L’ipocrisia non ha fine.
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