Kurdistan
.::Andrea Gessa - 6 Luglio 2006::.

Nella complicatissima situazione mediorientale particolare importanza assume la questione Kurda.
Della quale, ovviamente, si sa ben poco. Col termine Kurdistan si intende "paese dei Kurdi", che, se al tempo di Marco Polo era una vera nazione, dalla Prima Guerra Mondiale è diviso tra la parte settentrionale dell'Iraq, quella occidentale dell'Iran, alcune zone della Siria e la Turchia sud-orientale (l'Anatolia orientale).
In Iraq i Kurdi hanno conseguito, dopo anni di lotte e massacri ed esodi, tra cui l'Anfal (il genocidio finale promosso da Saddam), una sorta di autonomia, ma la situazione di povertà, aggravata dall'embargo contro l'Iraq, è critica.
In Iran, dopo un tentativo Repubblicano nel 1946, dalla forte impronta culturale ed intellettuale, represso nel sangue, i movimenti Kurdi sono smantellati. Il PDKI, partito Kurdo di sinistra, nel '78 sfrutta un vuoto di potere per creare un' autonomia effettuale che suscita le ire dell'Imam Khomeini, che dichiara guerra santa al "popolo ateo del Kurdistan". Viene attualmente vietata qualsiasi manifestazione culturale ed etnica Kurda.
120.000 Kurdi e i loro discendenti, rifugiati in Siria dalla Turchia, sono privati di qualsiasi diritto civile (matrimoni, istruzione, contratti, assistenza medica, lavoro). La Siria mette in atto un progetto di dispersione (La Cintura Araba), per permettere l'occupazione della Jazira (una provincia Kurda ricca di petrolio). Ma il pericolo dell'integralismo islamico spinge il regime ad una riconciliazione con la minoranza Kurda, tradizionalmente più laica; tuttavia la lingua è proibita anche qui, come molti altri diritti, tra cui la celebrazione del Nawroz (il capodanno).
Ma la situazione più tragica si ha in Turchia.
Qui si troverebbero 15 milioni di Kurdi, di cui solo dopo la guerra del golfo lo Stato ha ammesso l'esistenza. Per mezzo del governo d'emergenza a cui sono sottoposti i Kurdi vedono sfruttate le loro ricchezze territoriali, naturali e culturali. Sono costretti a subire gli slogan turchi, le discriminazioni razziste, la distruzione culturale, le violenze e gli stupri. I profughi, i cui villaggi sono stati distrutti a migliaia, muoiono di fame.
Nel 1978 nasce il PKK, (Partito dei Lavoratori Kurdi) che conduce la lotta armata. In seguito sorge il Fronte di Liberazione Nazionale (ERNK), che persegue i suoi scopi con l'attivismo, la proposta democratica e la resistenza civile. La lotta ha portato alla creazione di una coscienza popolare tanto da arrivare nel 1999 ad una svolta storica: il PKK abbandona la lotta armata, ma il governo turco non cambia le sue posizioni. La dura repressione militare continua.
Particolare attenzione viene riservata alla lingua, vietata in qualsiasi luogo pubblico e, fino al '91, anche in privato. Ovviamente è proibito anche l'insegnamento. Così come è proibito parlare di un accordo pacifico o della questione kurda, o armena. Innumerevoli le violenze perpretate dalla polizia turca contro centri culturali, giornalisti, scrittori, musicisti, editori, non solo Kurdi, ma anche Turchi o occidentali. Arresti, torture, omicidi e desaparecidos.
La Comunità Europea dovrebbe concentrarsi magari sul genocidio ed imporre delle regole alla Turchia. Ciò che accade nell'ombra è semplicemente inaccettabile.