Parola di soldato - Intervista ad un militare italiano in Iraq
.::Luigi Bevilacqua - 6 Luglio 2006::.

La Redazione di ControMano, da sempre attenta all'attualità, ha deciso di scrivere uno speciale su una tematica sempre più discussa, l'Iraq. Anche il recente attacco ad un convoglio italiano, avvenuto il 27 aprile, riporta sempre più sotto i riflettori i soldati italiani operanti nel territorio di Nassiriya, e ricorda alcune domande in merito alla guerra irachena e al motivo della presenza italiana in tale ambito. Abbiamo avuto la fortuna di intervistare un militare dell'Esercito Italiano, al momento di stanza in Iraq, che ha gentilmente risposto alle nostre curiosità. Dal momento che l'intervista si è rivelata ufficiosa, il soldato ha preferito mantenere l'anonimato; per comodità di lettura, le domande di ControMano sono precedute dalla sigla CM e le risposte del militare sono precedute dalla sigla S. Buona lettura.

CM - Qual è la sua qualifica all'interno dell'Esercito Italiano?

S - Sono un volontario in servizio permanente effettivo.

CM - Cosa l'ha spinto a scegliere questa carriera?

S - Passione per l’arma dell’esercito e la volontà di far qualcosa in più per il mio paese.

CM - Ha già svolto precedentemente missioni all'estero?

S - Sono già stato due volte in Iraq per brevi periodi e una volta in Albania presso il comando N.A.T.O.

CM - La sua partenza per l'Iraq è dovuta a spontanea volontà?

S - Mi è stato proposto di partire e non avevo particolari motivi per rinunciarvi. Una missione all’estero, oltre agli aspetti economici, è comunque un’ottima strada per un eventuale sviluppo in carriera.

CM - Qual è il suo ruolo nella missione?

S - Il mio compito è la gestione logistica/amministrativa a livello informatico dei materiali appartenenti all’amministrazione italiana presenti all’interno del teatro operativo iracheno.

CM - Qual era il primo motivo della presenza dell'Italia in Iraq? Quanti militari sono di stanza lì?

S - Per quanto ci è dato conoscere, l’Italia è presente in Iraq con il solo scopo di prestare aiuti alla popolazione piegata dalla guerra, di ricostruire le infrastrutture indispensabili per la normale vita della popolazione (scuole, strade, ecc..), di garantire la sicurezza sul territorio tramite i carabinieri, per prestare supporto logistico alle forze della coalizione. Per garantire la Nostra sicurezza non posso rilevare la quantità di militari italiani presenti in Iraq (secondo il sito ANSA il contingente italiano in Iraq conta 2600 componenti, ndr)

CM - La missione è stato definita "di pace". Ritiene corretta la presenza dell'esercito, e in particolare le forze italiane, in tale ambito? Quali armamenti ha portato l'Italia in questa "missione di pace"?

S - L’Italia ha sempre partecipato alle missioni all’estero in concorso della pace. Noi non siamo un popolo che accetta la guerra (come tra l’altro sancito dalla costituzione) di conseguenza, alla luce di ciò che EFFETTIVAMENTE facciamo laggiù, posso definire che la missione è atta a garantire la pace, la stabilità internazionale e il ripristino alla anormalità di un paese che ha subìto (giusto o no non tocca a me deciderlo) una guerra. Ovviamente non posso dire che tipologia di armamenti abbiamo, per il segreto militare, ma posso garantire che le armi in nostro possesso occorrono SOLO a garantire la sicurezza nostra e di quella dei nostri connazionali civili impiegati in vari lavori. Personalmente ritengo che l’intervento italiano in Iraq non sia da condannare, seppur non indispensabile. Siamo andati per lavorare, portare pace e sicurezza rispettando profondamente il territorio, le persone e le tradizioni dell’Iraq!

CM - La missione è davvero percepita da voi come "pacifica"?

S - Noi tutti sappiamo benissimo che la missione è pacifica, ma ci rendiamo conto anche che gli estremisti sono contrari alla nostra presenza poiché possiamo dare forza a un popolo da sempre soppresso dai tiranni. È questo l’unico pericolo che effettivamente corriamo, la popolazione ci ama, gli estremisti meno.

CM - Qual è lo scopo della presenza italiana al momento in Iraq?

S - Oltre al fatto che (notizia non ancora ufficializzata) siamo in ripiego e tra poco lasceremo l’Iraq (non per mossa politica ma semplicemente perché abbiamo portato a termine gli obiettivi che c’erano stati predisposti) continuiamo a lavorare per gli stessi motivi che ci hanno portato lì il primo giorno.

CM - Si parla di un prossimo ritiro delle truppe. Le risulta?

S - Anche se in via non ufficiale, mi sento di poter confermare questa dichiarazione.

CM - Ritiene il recente cambio di governo in Iraq una svolta importante anche per voi militari? Cambierà qualcosa?

S - Sinceramente non sono in grado di rispondere a questa domanda, posso solo dire che mi fa personalmente piacere che il popolo dell’Iraq possa scegliere il proprio governo.

CM - Come è vista la vostra presenza in Iraq dai musulmani?

S - Molto bene, come già detto la popolazione è dalla nostra parte, fatta eccezione per alcune cellule estremiste.

CM - Quali contatti avete con gli arabi? Pensa sia possibile uno scambio culturale?

S - Ci sono alcuni arabi che lavorano con noi e presso di noi. Uno scambio culturale in realtà è già in atto, ognuno di noi torna a casa con qualcosa in più, il confronto con una popolazione tanto diversa da noi ci fa capire tante cose e aiuta a maturarci. Nel limite del possibile noi cerchiamo di trasmettere questo bagaglio culturale accumulato alle persone che ci circondano una volta tornati in patria.