L’abisso insuperabile tra passione e calcolo
.::Linda Giresini - 8 Aprile 2006::.

Fu uno degli eventi che minacciarono di rivalutare il significato della tecnologia. O, che comunque, invitarono a una seria riflessione sulle serie capacità dell’uomo sempre più fagocitato dall’avanzare della macchina. Questo fu l’impatto che ebbe, dieci anni fa, la vittoria di Garry Kasparov, uno tra i più grandi scacchisti di tutti i tempi, su Deep Blue, il supercomputer ideato dall’IBM in grado di esaminare milioni di posizioni al secondo, in virtù di un potentissimo software che si avvaleva del sistema operativo AIX e del Power Parallel SP. Il mondo assisteva col fiato sospeso a un qualcosa di più di una semplice-sia pur insolita-partita a scacchi: si trattava della contrapposizione tra cervello umano e chip elettronici. Chi avrebbe avuto la meglio? Così, in un ciclo di sei partite, Kasparov si impose sull’avversario per ben quattro vittorie su due. Nonostante Garry fosse in grado di vagliare al massimo tre posizioni al secondo (contro i milioni sopraccitati). In un gioco eminentemente di puro ragionamento, l’affascinante potenzialità della mente umana finì per prevalere contro l’arido calcolo elettronico. L’intuizione, nucleo fondante del ragionamento alto e sua bellezza, non trovò posto in una macchina, l’apprendimento intelligente non fu una grandezza implementabile in alcun modo.

Lo scacchista uomo “sente” i pezzi, ne soppesa il valore e avverte la responsabilità che assumerebbe con una mossa sbagliata; vedendoli disposti sulla scacchiera ne decide consapevolmente le sorti con l’intuito del momento e l’esperienza accumulata con la passione. La lentezza è compensata dall’elaborazione di una strategia brillante. Tutto questo non è appannaggio del computer. La principale differenza che divideva i due avversari era il fatto che Deep Blue non fosse influenzato dall’esterno, che seguisse una logica invariante, mentre Kasparov dovette fare i conti con la fatica, con un gioco che si protrasse per più ore, situazione in cui qualsiasi giocatore avrebbe avuto un sia pur minimo-e inavvertibile dai più- cedimento. Eppure il computer si sviluppa parallelamente al pensiero umano: ne simula il comportamento nella scelta delle mosse, immagazzina un numero indicibile di varianti di gioco, ma è privo della pura intelligenza che a dette possibilità fa prendere vita. E benché l’anno successivo l’IBM abbia proposto una versione migliorata che riuscì finalmente a battere l’uomo (sempre lui, Kasparov), nel ‘96 fu un risultato importante e indubbiamente storico, necessario ancor oggi per mantenere viva la consapevolezza dell’abisso che separa nettamente la mente umana dalla sterilità di una macchina.