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Nato nel 1905 in
Lituania, morto alla bella età di novant’anni, Emmanuel
Lévinas è stato uno degli intellettuali più
originali del secolo scorso. Dalla sua morte sono trascorsi dieci
anni. Dieci anni durante i quali i filosofi non hanno mai smesso
di interrogarsi sulla straordinaria attualità del suo pensiero.
Allievo di Husserl e Heidegger, docente per molti anni alla Sorbona,
Lévinas è il filosofo ebreo più autorevole
degli ultimi secoli. Il più ascoltato e il più apprezzato
anche. Nei suoi scritti rivive in vari modi la terribile esperienza
del campo di concentramento. Questo Primo Levi della filosofia
mitteleuropea ha cercato nei novant’anni di vita di riflettere
sul senso di quella tragedia. Un senso che equivale ad un autentico
no-sense, perché, per quanto ci si sforzi, Auschwitz risulterà
sempre un evento difficilmente codificabile per l’intelligenza
umana.
Ma perché Auschwitz? Perché i forni crematori e
le camere a gas? Che cosa ha reso possibile questo abominio dell’umanità?
La risposta è presente nelle opere di Lévinas: il
mancato riconoscimento dell’Altro, tipica tendenza del nostro
mondo occidentale, ha portato alla “riduzione dell’Altro
al Medesimo”, ovvero all’annullamento della dignità,
all’omologazione dell’umano. Lévinas ci ha
insegnato che l’Altro si manifesta attraverso il volto,
espressione irriducibile e inconfondibile della persona. Attraverso
il volto, la persona è riconoscibile. Il fatto che i nazisti
non guardassero in faccia gli uomini che imprigionavano nei loro
lager (e quando li guardavano, sapevano bene come evitare di vederli
realmente), non è certo un caso. E allora il rischio che
si corre ancora oggi – insegnerebbe Lévinas –
è quello di voltare ancora una volta le spalle all’Altro,
sempre che non sia compatibile con quel Medesimo di cui custodiamo
gelosamente le chiavi.
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